FAUSTO E IAIO

05 mag 2010 8:36 PM Scritto da: BSCrew

Oggi posto un intero libro...basterà a placare l'ansia?
Non credo...
tempo fa ho riflettuto sull'inutilità e adesso, rileggendo questo testo, trovo ampie conferme.
Se non li conoscete, Fausto e Iaio siamo noi e siete voi, tecno-logicamente parlando...per il rap, bè intanto copiate incollate stampate e leggete:



"LA SPERANZA MUORE A DICIOTTO ANNI"

Nuova edizione on line di Daniele Biacchessi

In esclusiva per il sito www.faustoeiaio.org

"Dedicato a Danila, Maria, alle vittime invisibili di tutte le stragi. Dedicato agli amici e ai compagni che hanno ancora il vizio della memoria"

PREFAZIONE

La nuova versione on line di questo libro esce dopo l’archiviazione da parte del Giudice delle Udienze preliminari del Tribunale di Milano, Clementina Forleo. Con il decreto del 6 dicembre 2000,si mette la parola fine a un’inchiesta iniziata poche ore dopo il 18 marzo 1978. La conclusione della Forleo è la seguente: "Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolari degli attuali indagati(Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci),appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni". In sostanza il giudice ci manda a dire che si conoscono i possibili autori dell’omicidio ma non ci sono prove. Molti, forse troppi indizi. La Forleo segue molte piste, cita le dichiarazioni dei pentiti di destra che negli anni hanno raccontato quel che sanno del delitto del Casoretto ma evita un atto di coraggio. Non segue le tracce indicate dalla perizia difensiva dell’avvocato di parte civile Luigi Mariani: nuovi accertamenti sulla presenza di Mario Corsi a Cremona, indagini approfondite sulla figura di Massimo Carminati e i suoi legami con il Sismi, il servizio militare,il furto nel caveau del Tribunale di Roma realizzato dallo stesso Carminati con carabinieri e poliziotti nel luglio del 1999 e le centinaia di pagine della Commissione Stragi di Giovanni Pellegrino sulla banda della Magliana e sui rapporti con i neofascisti romani. Quello che resta è un libro che ha pregi e limiti, come tutti i lavori scritti con passione militante e voglia di giungere alla verità. Non c’è nessuna dietrologia perché sono convinto che in Italia non esistono più misteri. Solo fatti, inchieste, interviste. E questo è il mio lavoro che metto a disposizione del sito dedicato a Fausto e Jaio. Una cosa, però, oggi la posso dire. Il libro bianco contro l’eroina uscito nel marzo del ’78 non ha nulla a che spartire con l’omicidio. Quello di Fausto e Jaio non è dunque un semplice, seppur grave, assassinio politico.

Ma deve essere oggi inquadrato come uno dei tanti snodi della strategia della tensione che ha insanguinato il paese. Non penso che i due ragazzi abbiano visto qualcosa e per questo siano stati ammazzati. Credo invece che un commando venuto da Roma abbia voluto dare un segnale di scontro militare, in una zona precisa di Milano, verso una determinante area politica al fine di creare uno stato di forte caos, a pochi giorni dal rapimento di Aldo Moro. Non si è indagato sulla vicinanza tra l’abitazione di Fausto Tinelli e l’appartamento dei brigatisti in via Montenevoso. Il libro, uscito nel ’96, aveva anticipato molte delle cose chiarite oggi dalla Commissione Stragi sulle versioni date dai carabinieri sulle tracce che li portarono a scoprire il luogo dove erano custodite le carte del memoriale di Aldo Moro. Oggi sappiamo che i carabinieri mentirono sul particolare del borsello di Lauro Azzolini trovato a Firenze che li avrebbe portati in via Montenevoso. Mentirono perché dovevano coprire infiltrati nelle Brigate Rosse. Non dissero fino in fondo la verità su quelle carte che avrebbero rifatto la storia del Paese. Rimane il sospetto che ,ancora oggi, dopo che i muri si sono definitivamente abbattuti,non si voglia andare fino in fondo sul movente dell’omicidio di Fausto e Jaio perché nasconde un segreto che nessuno vuole raccontare. Né i pentiti di destra, né i servizi, né i carabinieri, neppure i magistrati. Aldo Granuli scrive nella sua perizia dell’88 per il sostituto procuratore Stefano Dambruoso: "I fascicoli sull’omicidio si presentavano poveri, non comparivano note confidenziali, nessun scambio epistolare con altri corpi di polizia, nessun passaggio d’inchiesta. Il silenzio appare strano. Totale assenza di veline. Nessun rapporto della squadra narcotici. Nessun informatore ha acquisito la minima notizia sul caso."

QUELLA SERA IN VIA MANCINELLI

La strada e' buia.Un vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra,lo fa dondolare come un'altalena.Nel silenzio si ascolta solo la voce del telegiornale da poco iniziato.Una voce metallica che viene da qualche casa con le finestre aperte.Il conduttore parla del rapimento Moro,dell'uccisione della scorta avvenuta due giorni prima a Roma,delle inchieste iniziate in fretta e furia.Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci.Loro sono due ragazzi che vestono come una volta:jeans scampanati,camicione a quadretti,giubbotti con le frange,capelli lunghi.Di sabato,a quell'ora, percorrono la strada che divide in due il quartiere Casoretto,via Mancinelli.Trecento metri senza luce,un luogo poco frequentato,di sera come di giorno,buio,scuro.Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci,parlano di Moro e di viaggi,di quei sogni che ogni ragazzo ha in testa a diciotto anni.Il risotto di Danila,la madre di Fausto,li attende fumante.Fausto non sopporta quando Jaio arriva in ritardo agli appuntamenti."La prossima volta me ne vado,non ti aspetto più- dice all'amico ."Cerca di essere più elastico-risponde Lorenzo.I passi si fanno più intensi e i pensieri corrono veloci come razzi.Un pezzo di vita scorre come la trama di un film e i ricordi prendono il sopravvento.Quei sabati al Parco Lambro con le chitarre,sognando un po' di California,ad ascoltare chi tornava da mete lontane ognuno con la sua piccola verità.Ricordi che si rincorrono come le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young.Le voci degli amici ,delle ragazze,delle lunghe discussioni politiche.Le prime esperienze con le donne consumate in poche ore,la fretta di correre lontano e di fuggire via da Milano.Il suono della chitarra di Jaio,ricevuta in regalo dallo zio solo due anni prima. E quei progressi fatti dai primi timidi accordi alle canzoni vere e proprie imparate su manuali di contrabbando.Le feste al Leoncavallo,i concerti di jazz ,il bar,spettacoli teatrali di compagnie che vengono da lontano.Il blues di Jaio e i Rolling Stones che Fausto ama tanto ascoltare. All'altezza del portone dell'Anderson School i passi d'improvviso si fermano.Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano intorno per chiedere aiuto.Intorno a loro c'è il vuoto, la solitudine. Così due giovani dall'accento romano si avvicinano con fare sbrigativo.Li bloccano.Ora i quattro si trovano faccia a faccia.Si fa avanti uno con l'impermeabile bianco e il bavero alzato,avrà diciotto,vent'anni."Siete del Centro Sociale Leoncavallo?-dice con voce squillante. Lorenzo e Fausto si guardano,sono increduli.Non rispondono.Il senso di due vite si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester,7,65,sparati da un professionista. Un'esecuzione. I corpi si accasciano a terra.Il primo a cadere è Fausto .Il proiettile lo colpisce all'addome; gli altri tre in rapida successione all'emitorace sinistro,al braccio destro e alla regione lombare sinistra..Lui compie una torsione su sé stesso .Un quinto proiettile lo raggiunge di striscio bucando gli indumenti.Poi tocca a Lorenzo,Jaio per gli amici.Tre colpi lo fanno crollare sul marciapiede:Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio è a breve distanza,centrato più volte mentre tenta una fuga impossibile.Dopo quei colpi che sembrano petardi scende un silenzio irreale.La strada si fa ancora più scura e nel buio scappano gli assassini.Polizia e carabinieri ammetteranno che si tratta professionisti,che nulla è stato lasciato al caso. Killer che avevano già sparato altre volte:conoscevano le armi,come utilizzarle senza silenziatori.Due ragazze appena entrate dall'oratorio,si affacciano dalla finestra e notano tre persone fuggire e due corpi riversi in una pozza di sangue.Alla polizia diranno che avevano sentito come dei petardi.Anche la perpetua della chiesa, che in quel momento si trova nell'abitazione che dà su via Mancinelli,intuisce che qualcosa non va e avvisa il parroco,Don Carlo Perego,uno di quei preti di quartiere che ha visto crescere tutti i ragazzi in un'unica strada.Si avvicina,riconosce Jaio e Fausto.Si china come in un atto di pietà e raccoglie il corpo mancante di Lorenzo Iannucci che gli spira tra le braccia:Poi in un momento di lucidità torna a casa e avvisa il 113.Don Perego piange come un bimbo,si dispera.Pensa a quanto sia ingrata la vita."Perché proprio loro?-continua a chiedersi."Erano così giovani,non avevano mai fatto di male a nessuno.Fausto veniva ancora sul campetto dell'oratorio insieme con Lorenzo e io li facevo entrare purché si limitassero a giocare al pallone e non parlassero con i nostri ragazzi di politica".Detta queste parole mentre la via inizia a brulicare di persone.Ragazzi come loro,di quel quartiere nella periferia est di Milano che frequentano il Centro Sociale Leoncavallo.Nel quartiere c'è chi offre la sua versione."Quella via era un pericolo-grida un conducente dell'autobus appena rientrato nella vicina rimessa dell'Atm di via Teodosio.Una ragazzina si scansa dal gruppo e piange.Il corpo di Lorenzo e' ancora coperto da un lenzuolo bianco mentre quello di Fausto viene trasportato all'Ospedale Bassini in un disperato tentativo di salvarlo. C'e' un via e vai di gente di ogni tipo.Ragazzi del Centro Sociale si mischiano ai tanti abitanti del Casoretto che vengono a rendere omaggio a due giovani delle loro strade.Giornalisti armati di taccuini cercano una verità credibile ma le fonti istituzionali percorrono disordinatamente piste di ogni tipo. C'è chi mette le mani avanti.Il capo di Gabinetto della Questura Bessone si lascia andare,parla a braccio con alcuni cronisti ."E' chiaro.Si tratta di un regolamento di conti,una faida fra gruppi della nuova sinistra o inerente al traffico di stupefacenti":Nessuno gli crede.Ci guardiamo stupiti.Traffico di stupefacenti?Faide tra gruppi?La matrice di destra di quell'omicidio e' ben chiara ,viene sussurrata da molti quella sera ma non ci sono prove.Gli assassini agiscono con la massima sicurezza. Così come altrettanto certa risulta la loro provenienza. I tre scappano verso il Centro Sociale Leoncavallo anziché fuggire verso la più vicina Piazza San Materno.Forse perché non conoscono la città.Molti assistono alla dinamica dell'agguato.Lo si saprà più tardi analizzando le varie controinchieste che Lotta Continua,Avanguardia Operaia e il Movimento Lavoratori per il Socialismo.Vicina ai killer si trova una testimone oculare,Marisa Biffi.Mette a verbale ciò che ha visto.(Agli atti delle inchieste dei giudici Spataro,Barazzetta ,Mascarello e Salvini).

"Tre ragazzi sono in piedi sul marciapiede e si trovano a 5-6 metri da me.Contemporaneamente un altro giovane e' leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi tanto che penso che quel gruppo di quattro persone sta scherzando. Non vedo alcuna fiammata di arma da fuoco. I tre giovani sul marciapiede scappano velocemente mentre quello che e' piegato su se stesso cade in terra.Solo allora comprendo che e' successa una cosa pazzesca e mi avvicino al giovane caduto anziché entrare subito nella parrocchia.Scorgo la fisionomia di un ragazzo steso per terra in una pozza di sangue.Subito oltre il suo corpo e quindi più vicino alla via Leoncavallo,c'è davanti a me, ad un paio di metri, il corpo di questo ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra.Posso senz'altro affermare che quello che cade per primo e' Lorenzo Jannucci mentre quello già steso a terra e' Fausto Tinelli.Nessuno dei due ragazzi pronuncia alcuna parola,neppure un'invocazione di aiuto.Altrettanto fanno gli assassini che fuggono nel silenzio,avviandosi verso via Leoncavallo.Escludo di aver visto mettersi in moto una macchina verso via Mancinelli, subito dopo gli spari.Noto che il giovane con l'impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane bianco in mano.Mi pare che lo abbia diretto verso il killer che si contorce e che entrambe le mani stanno dentro il sacchetto.Il giovane sta sparando verso Jannucci .Non ho visto altri sacchetti nelle mani dei due giovani e non ho neppure visto alcuno di loro assumere un atteggiamento quale quello che può assumere uno sparatore.Secondo me allo Jannucci spara una sola persona.Forse i colpi sono attutiti da un arma dotata di silenziatore .Ripeto :ho la netta impressione che il sacchetto bianco sia di plastica e che l'assassino vi tenga le mani dentro".

Il pomeriggio per Fausto e Jaio inizia tardi,come ogni sabato.Fausto esce dal portone della sua casa in via Montenevoso 9 alle 16,3O.Molti testimoni interrogati dal magistrato Armando Spataro lo vedono intorno alle 17 al Parco Lambro.Poi dopo aver scambiato qualche battuta con amici si alza dall'erba e se ne va.Sono le 18,3O.Anche Jaio quel pomeriggio si trova nel "pratone" del Parco ma non insieme a Fausto:Lorenzo si dilegua alle 17 mentre Fausto arriva.Si reca in Piazza Duomo dove lo attende Celina Hernadez,la sua ragazza.Vanno a spasso insieme,mano nella mano come due innamorati;osservano le vetrine del centro,entrano in un bar, poi alle 19 prendono la metropolitana.Da Duomo a Pasteur il tratto è breve,solo una manciata di minuti. Jaio ha un appuntamento,proprio con il suo amico Fausto.Di sabato si usa andare da Danila che cucina bene ed e' felice di vederli insieme.Si trovano in trattoria,quella che sta davanti al Centro Sociale Leoncavallo,La Creuta Piemonteisa.Celina torna a casa.E' l'ultima volta che bacia il suo Jaio.Fausto arriva un pò in anticipo.Alle 19 si siede vicino all'entrata con Maurizio.Si ride,si parla.Si tira mezz’ora poi dalla porta spunta Jaio,sorride,si scusa."Capitemi anche voi-dice mentre guarda verso Fausto."Capisco,capisco ma ora c'è il risotto,altrimenti Danila si arrabbia e ha tutte le ragioni di questo mondo".Sono le 19,35.Passano pochi minuti e Fausto e Jaio escono dal locale.Una ragazza del Centro dichiara che fuori dalla trattoria,che ha dei teli sulle vetrine,si vedono come delle ombre cinesi che si allontanano.Nel locale gli avventori notano la presenza di tre individui mai visti prima di allora.Hanno circa vent'anni, alti un metro e settanta.La descrizione combacia perfettamente con quella degli assassini.Secondo la ricostruzione di due giornalisti di Radio Popolare,Umberto Gay e Fabio Poletti,i due ragazzi non entrano subito da via Mancinelli ma per un motivo ancora inspiegabile" si incamminano lungo via Lambrate in direzione di Piazza San Materno per poi risalire lungo via Casoretto".La circostanza smentisce almeno tre controinchieste del Quotidiano dei Lavoratori,Lotta Continua e La Sinistra.Lc di venerdì 24 Marzo 1978 scrive che "gli assassini li attendevano fuori dalla trattoria e dopo aver visto Fausto e Jaio uscire e imboccare via Mancinelli sono saliti su una moto e una macchina che ha girato intorno all'isolato del deposito ATM Teodosio che si percorre a piedi in cinque minuti mentre dalla trattoria al luogo dell'agguato,due persone che parlano tra loro ci impiegano lo stesso tempo".Anche il quotidiano dell'MLS, La Sinistra, si cimenta in una ricostruzione analoga."Dopo essersi accertati della presenza dei giovani del centro sociale nella trattoria,magari appostandosi nella stessa via Leoncavallo con le vetture,gli assassini avrebbero aspettato che qualcuno di questi imboccasse via Mancinelli per far scattare la trappola:con i mezzi il commando si sarebbe fatto trasportare in via Casoretto-Piazza San Materno percorrendo via Teodosio o via Lambrate in tempo per scendere dalle vetture e incrociare Fausto e Jaio in via Mancinelli".Gay e Poletti portano nuove prove alla loro tesi. C'è la testimonianza dell'edicolante all'angolo tra via Casoretto e via Mancinelli.Li sente parlottare."Commentavano i titoli delle edizioni straordinarie dei giornali sul caso Moro"-dice con assoluta certezza."Si sono fermati per pochi secondi poi sono andati verso il deposito dell'Atm".Sono le 19,55, qualcosa li attira dentro via Mancinelli.Ad attenderli ci sono i killer. Sono in tre.Due hanno l'impermeabile bianco con il bavero alzato.L'altro indossa un giubbotto marroncino chiaro,di finto cammello.Formano un capannello davanti al portone dell'Anderson Scholl. Gay e Poletti sostengono che almeno uno degli attentatori e' conosciuto ai ragazzi.Ma Ornella Rota della Stampa ,il 22 marzo 1978 dice che Marisa Biffi,la testimone oculare,vede i cinque fronteggiarsi per pochissimi istanti .

"Potrebbe confermare che prima di sparare gli assassini hanno voluto assicurarsi che Lorenzo e Fausto fossero del centro sociale".Ci sarebbe un altro teste,un certo Tiziano.Abita in via Casoretto 8.Esce di casa poco prima delle 20,riconosce Fausto e Jaio che imboccano via Mancinelli.Li saluta.Bastano pochi secondi per capire ciò che sta per accadere.Vede due giovani che corrono in direzione di via Casoretto,come se fossero appostati nella piccola rientranza tra l'edicola e l'angolo della via. I due corrono velocemente.Uno prende al volo l'autobus 55,porta un giubbotto marroncino,capelli ricci,castano chiaro. L'altro si guarda intorno,lo accoglie un attimo di indecisione.Poi si allontana in via Accademia.Verso le 20 un anziano passante scorge un movimento strano.All'angolo tra via Casoretto e Piazza San Materno giungono una macchina e una moto che si fermano solo il tempo necessario per far scendere tre giovani,due con l'impermeabile chiaro e il bavero alzato,uno con il giubbotto.Il commando era dunque formato da cinque persone.Due coprivano i tre killer dentro via Mancinelli.Dovevano per forza conoscere la zona,forse ci abitavano pure.Avevano condotto i killers venuti da fuori nel luogo del delitto poi,a lavoro finito,si sono dileguati nel nulla.Gay e Poletti,nel loro dossier del marzo 1988,ricordano che" i due giovani visti da Tiziano non sono stati notati da Marisa Biffi,la cui attenzione era attratta dal gruppo dentro a via Mancinelli."

In quella via Fausto e Jaio trovano la morte.I tre assassini sono armati ma solo uno,il più grande del gruppo,quello più esperto estrae una Beretta 8O ed esplode otto colpi calibro 7,65 con proiettili mantellati di tipo Winchester.I ragazzi del Casoretto sono proprio davanti all'assassino,lo guardano in faccia.Lui spara a freddo,prendendo accuratamente la mira,incurante del tempo che passa e dei testimoni che possono riconoscerlo mentre i due complici lo proteggono a breve distanza.Uno di loro ha in mano una calibro 9.L'arma che uccide è automatica e il sacchetto di cellophane o di tela visto da Marisa Biffi è senza dubbio uno stratagemma per evitare l'espulsione dei bossoli.Un sistema diffuso negli ambienti della malavita romana .Così si spiegherebbe la contraddizione tra il rumore prodotto dalla pistola,descritto da quasi tutti i testi come attutito o scambiato per mortaretti e petardi,con l'impossibilità di utilizzare un silenziatore su una pistola a tamburo,cosa invece possibile per un'automatica.Qualche ora dopo l'omicidio viene rinvenuto,come scrive il giovane cronista dell'Unità Mauro Brutto,un proiettile schiacciato che era accanto al corpo di Jaio.Nessuno lo ha notato,e' posto in una rientranza del marciapiede. Mauro sa che quella è una prova in grado di indirizzare gli inquirenti sulla pista giusta."Riconoscere a prima vista il calibro di un proiettile schiacciato non è cosa facile neppure per un esperto".

Anche sulla dinamica dell'omicidio Brutto prova a tracciare un suo identikit del killer.Lo fa da esperto giornalista di nera preso da una forte emozione : quella storia di ragazzini di quartiere ammazzati in modo barbaro lo ferisce."E' stato possibile compiere una prima analisi sui due corpi che riconferma la ferocia degli assassini e la chiara volontà di uccidere.Iannucci è stato raggiunto da due colpi alla gola,sparati dal basso verso l'alto,come se il killer avesse estratto la pistola improvvisamente,mentre era a lui vicino.Sul corpo di Tinelli sono stati contati 7 fori di entrata:due al torace,uno nella regione ascellare destra,uno all'inguine dalla parte destra,uno al braccio destro,uno al gluteo destro e l'ultimo al fianco destro.E' evidente che ha continuato a sparare al giovane anche dopo che era caduto a terra".Mauro parte di prima mattina,controlla le sue fonti,passa più tempo a verificare i fatti che a scriverli.Fuma sessanta Golois senza filtro al giorno.Era un cronista di strada.Di sera torna in redazione.Me lo ricordo.Toglie il suo impermeabile rigorosamente bianco,mette sul tavolo le lattine di birra e i pacchetti di sigarette.Rimane lì fino a tardi,con la sua luce fissa e migliaia di carte che incolla.Sono appunti ,brogliacci,fogli."Poi quando penso di essere alla fine della mia inchiesta li srotolo e tutto mi sembra più chiaro".Mauro e' arrivato molto vicino alla verità.Quel caso lo appassiona più di ogni altro.Dal 18 marzo 1978 lavora giorno e notte,come un infaticabile macchina cerca-notizie.Lo dirà anni dopo a Danila,la mamma di Fausto:"Ebbi l'impressione che fosse giunto al termine della sua inchiesta"-ricorda con tanta commozione."Mauro venne a casa mia come un amico di lunga data.Stava lavorando sul connubbio tra trafficanti di eroina,fascisti milanesi e romani,apparati dello Stato,me lo aveva confidato".Disse che "la verità di Fausto e Jaio non era così chiara come qualcuno voleva farla apparire".Ora Mauro non c'è più ma le sue intuizioni rimangono stampate nero su bianco.Una auto bianca lo investe in circostanze misteriose in via Murat ,alle 20,45 del 25 novembre 1978,pochi mesi dopo l'omicidio del Casoretto mentre ,pochi minuti prima ,si era recato in un bar ad incontrare una persona rimasta senza volto,probabilmente una fonte.Quel giorno che morì, secondo l'amico e collega Beppe Ceretti ,"doveva recarsi a Lambrate e in Piazza Maciachini".Esce dalla sua macchina,una Cytroen Pallas rosso amaranto ed entra nel bar tabacchi in via Murat all'altezza del numero 36.Rimane il tempo per comprare due pacchetti di sigarette,le sue Golois,beve un aperitivo poi schizza fuori.Supera la prima metà della strada,proprio sulla striscia bianca che divide le carreggiate.Guarda da una parte,c'è una Fiat 127 rossa,attende il passaggio ma nella direzione opposta appare una Simca 1100 bianca che viaggia a 70 chilometri all'ora.

La macchina punta su Mauro,lo coglie di striscio,quanto basta per farlo finire sotto le ruote del 127 che lo travolgono schiacciandogli cranio e torace.Questa almeno rimane la versione ufficiale.Molti non credono alla tesi dell'incidente.Dario Brutto,il fratello di Mauro,non si è dato pace fino a poco prima di morire d’infartoi."E'un omicidio,la tipica dinamica di un falso incidente.Solo mafia o uomini dei servizi possono colpire in quel modo".Dario fa l'avvocato.Spende parte della sua vita per trovare una verità sul caso di suo fratello che ,per molti versi,si interseca con quello di via Mancinelli.Mauro indaga su Fausto e Jaio da diversi mesi.E' un caso diverso da quelli che abitualmente gli toccano in cronaca:le bische clandestine di Francis Turatello,i traffici di Epaminonda,il rapimento di Cristina Mazzocchi.E ancora droga,racket ma anche inchieste di straordinaria lucidità sul terrorismo e sulla delinquenza politica.Lui aveva capito che per afferrare brandelli di verità bisognava lavorare senza tregua componendo assieme infiniti dettagli.Nella sua casa si ritrovano giovani cronisti che tentano di accostare pezzo dopo pezzo quell'intricato puzzle fatto di indizi.Umberto Gay parla di quel lavoro."La controinformazione era rischiosa perchè dovevi andare spesso a cercare le fonti nel campo avverso ed eri comunque un soggetto facilmente identificabile.Questo lavoro mi ha fatto conoscere Mauro Brutto,fu lui che influenzò in modo decisivo la mia decisione di fare il giornalista d'inchiesta. Mauro fu il primo ad occuparsi del caso di Fausto e Jaio,cercando di capire il motivo di quell'agguato e i risvolti oscuri della vicenda.Se ne occupava in tutti gli spazi liberi di tempo.Aveva lavorato in precedenza per una rivista francese della sinistra,Maquisard,il partigiano.Il suo lavoro iniziale è risultato fondamentale per la riuscita del nostro dossier.Io vorrei ricordare che Mauro Brutto morì investito da un'automobile,una Simca 1100 di cui non si è saputo più nulla.Malgrado fosse molto stimato e conosciuto negli ambienti della Questura milanese,furono svolte poche indagini per accertare le circostanze che determinarono la sua morte.Se dovessimo redigere un documento ufficiale diremmo che Mauro Brutto è stato ucciso da un'auto pirata,ma ci sono molte cose che non convincono,sulla dinamica dell'incidente".Quella sera in via Murat il corpo di Mauro finisce sotto la 127.Alla guida c'era Aldo Barbieri,lì accanto sua moglie Daniela.Il racconto del signor Barbieri è fin troppo preciso."Stavo percorrendo via Murat in direzione di via Marche,quando all'altezza del numero civico 38 ho visto il pedone che attraversava la carreggiata proveniente da sinistra.Ho lampeggiato ripetutamente e lui si è fermato sulla linea di mezzeria.Nel senso opposto giungeva ad almeno 70 chilometri orari una Simca bianca che invadeva anche la mia corsia e che non ha affatto rallentato,sembrava puntare sul pedone".

In pochi minuti via Murat è piena di volanti della polizia,carabinieri,magistrati.Uno spiegamento esagerato per un semplice incidente. A provocarlo è una misteriosa telefonata al 113,fatta da uno sconosciuto:"Accorrete in via Murat perché c'è stata una sparatoria ".Mauro porta inoltre con sé un grande borsello con la tracolla che,in seguito all'urto,è caduto al centro della corsia opposta a dove giace il corpo.Molti testimoni dicono di aver visto una mini minor rossa passarci sopra e trascinarlo via.In particolare Agostino Ribolla segnala agli agenti di avere sentito il rumore del trascinamento del borsello.Lì dentro ci sono documenti importanti,un vero e proprio dossier : viene ritrovato in via Populonia,a pochi passi da via Murat ma del contenuto scottante non vi e' più traccia.Brutto Un giorno mentre e' in via Arquà,nei pressi di via Mancinelli deve sfuggire a tre colpi di pistola.Prende al volo un taxi che lo porta lontano dagli attentatori.E' andato al Casoretto per l'inchiesta su Fausto e Jaio,forse per incontrare una persona in grado di passargli importanti informazioni.Ciò accade dieci giorni prima di morire.Ma c'è un'altra pista .Mi è stata raccontata da Gerry che per quindici anni ha lavorato alla rivista Maquis,specializzata in terrorismo e servizi segreti internazionali."Mauro Brutto si stava inoltre occupando delle infiltrazioni nelle Brigate Rosse da parte dei servizi italiani.Avrebbe scritto un lungo articolo per la rivista Maquis.Poco prima dell'incidente di via Murat venne avvertito dal giornale che l'inchiesta si faceva un pò troppo pericolosa.Tre giorni dopo una Simca bianca stroncò la sua giovane vita.Strane coincidenze".Due giorni prima di morire ,Mauro si presenta al Nucleo Investigativo dei carabinieri di Milano e cerca il colonnello Gerolamo Cucchetti.Vuole consegnare un dossier su Fausto e Jaio.Rimangono le sue intuizioni sul caso di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci."C'era un vuoto di dieci minuti nella ricostruzione di ciò che è avvenuto sabato 18 marzo in via Mancinelli al Casoretto.Un vuoto che era già apparso come l'elemento risolutivo del caso." -scrive sulle pagine dell'Unità.Qualcuno in Questura aveva fatto circolare la voce che la pistola fosse a tamburo,tipo calibro 32 ma Mauro smonta il tentativo di depistare l'indagine ."E' un'ipotesi tirata per i capelli come del resto quasi tutte quelle formulate.Non si capisce per quale motivo gli attentatori dovrebbero aver modificato la pistola le cui munizioni,le 7,65,sono normalmente in commercio e facilmente reperibili".Il cronista non è avaro di particolari."C'è almeno un elemento certo nelle indagini sulla barbara uccisione di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli.I killer per uccidere hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica.Per questo motivo sul luogo dell'omicidio non sono stati trovati i bossoli ed i testimoni hanno sentito colpi ovattati.Un particolare che conferma il livello di professionalità:gli assassini non hanno voluto rinunciare al vantaggio della rapidità di tiro fornita da una pistola automatica senza però correre il rischio di disperdere i bossoli e lasciare quindi una traccia che in qualche modo poteva portare a loro.La necessità da parte degli assassini di sfruttare la rapidità di tiro delle automatiche indica che intendevano essere certi di uccidere nel minor tempo possibile per non dare ai testimoni la possibilità di descrivere,anche in modo approssimativo,i loro volti".Un racconto minuzioso. E loro,i killer,dove corrono? Seguiamo i tre in via Mancinelli.Potrebbero tornare verso via Casoretto ma scelgono di percorrere l'intera via,lunga trecento metri,con il rischio di imbattersi in qualche macchina di polizia e carabinieri.Con le armi in mano iniziano la lunga corsa.Si voltano intorno.Scorgono le sagome dei corpi senza vita di Fausto e Jaio,gli voltano le spalle.Uno di loro,quello più alto,lo sparatore si accorge che una donna li ha visti ma è certo che il buio di quella via non avrebbe mai potuto permettere la completa identificazione .Nel silenzio di quella sera si sente il rumore delle scarpe sull'asfalto. I due giovani con l'accento romano , l'impermeabile bianco e il bavero alzato percorrono il marciapiede di sinistra mentre quello con il giubbotto marroncino prosegue a destra. E'una fuga che dimostra la sicurezza di non essere riconosciuti ed eventualmente la decisione di sparare anche su chiunque li volesse fermare.Se fossero scappati verso Piazza San Materno avrebbero trovato bar e trattorie aperte:inoltre davanti al ristorante" Il Faro" staziona una macchina dei carabinieri; via Mancinelli e' buia e deserta,così come il centro sociale Leoncavallo e' chiuso,dato che il concerto inizia più tardi.

I killer corrono fin quasi all'angolo con via Leoncavallo. Lì,a pochi metri,c'è l'ingresso a un garage pubblico che conduce anche al retro del Centro.Esce Natale di Francesco,un uomo claudicante, che incrocia i due: dirà poi che avevano tra i 18 e i 2O anni , che erano alti un metro e settanta e indossavano impermeabili chiari. L'altro del commando prosegue sul marciapiede di destra e all'altezza del deposito incrocia una macchina dei carabinieri che procede in senso opposto.Il fatto,decisamente inquietante,viene reso noto da Lotta Continua.Il quotidiano scrive che "mentre i tre,due su un marciapiede e il terzo sull'altro,arrivano quasi in fondo a via Mancinelli,sta entrando in contromano proveniente da via Leoncavallo la prima gazzella dei carabinieri:i tre si mettono a camminare,due entrano mentre passa la gazzella,in un cortile che dà anche sul retro del Centro Sociale:l'altro entra in via Chavez".Se fosse confermata questa versione ,una macchina dei carabinieri avrebbe incrociato per pochi secondi uno degli assassini di Fausto e Jaio senza però fermarlo,chiedergli almeno i documenti.

"Era una voce che avevamo raccolto nella zona da un testimone ma non so dire se corrisponda al vero"-dice il compianto Angelo Brambilla Pisoni,alias Cespuglio, che per il giornale condusse inchieste approfondite.Secondo altre testimonianze mai ufficializzate dalla polizia quello con il giubbotto marroncino avrebbe attraversato via Leoncavallo a piedi e raggiunta via Chavez si sarebbe dileguato con una moto di grossa cilindrata guidata da un complice verso via Padova.

La scena si sposta a pochi metri dal luogo dell'agguato.Sono le 20,05.Una moto sfreccia in Piazza Durante proveniente proprio da viale Padova,incrocia volanti e gazzelle che stanno andando in via Mancinelli.In una cabina telefonica una ragazza capisce che la moto è in difficoltà ,procede a zig zag tra il traffico e un ragazzo con un giubbotto marroncino lancia in una siepe dei giardinetti pubblici una pistola Beretta calibro 9 con il numero di matricola limato,il colpo in canna e sei proiettili nel caricatore.Il fatto viene descritto anche da Angelo Palomba,abitante in via Garofalo 46.Non e' l'arma che uccide Fausto e Jaio ma e' pronta a fare fuoco in caso di bisogno.La moto sembra dileguarsi nel nulla.Passano pochi secondi e un'altra ragazza che si trova in Piazza Aspromonte la vede passare,ci sono due giovani a bordo,quello dietro scende ,armeggia sulla targa e toglie una specie di mascherina .Si fa coraggio e si presenta ai carabinieri: mette a verbale la sua descrizione dell'uomo del commando."Era alto un metro e Settanta,capelli scuri mossi,ha circa 25 anni,indossa un giubbotto marrone chiaro".Gli assassini scappano in direzione via Leoncavallo e non si capisce la ragione.Un particolare che lascia perplesso anche Carmine Scotti,poliziotto della narcotici e della Digos di Milano,ora alla Questura di Cremona.E' il primo ad indagare inquadrato nella polizia giudiziaria,per conto del magistrato Armando Spataro.Un caso che gli sta a cuore.Ancor oggi."Mi resi conto che era gente che veniva da fuori Milano.Gran parte di loro erano professionisti ,avevano già sparato ma provenivano da un giro diverso da quello della criminalità comune.Lo capiì da come si vestivano.Appartenevano ad un ceto diverso da quello di Fausto e Jaio.Usavano gli impermeabili chiari come una sorta di divisa.Qualcuno anche per nascondere armi lunghe.Nel gruppo uno dei tre era scafato,per modalità di esecuzione,per scelte logistiche.Venne scelto con cura il luogo:buio,isolato,vicino alla stazione Centrale e la tangenziale est".

Sono pochi i buchi neri sulla meccanica dell'agguato.In molti pensano che Fausto e Jaio possano aver conosciuto i loro aggressori.Lo scrivono su alcuni giornali.Insinuazioni pesanti,messe in giro ad arte per spostare le inchieste che seguono in altre direzioni.Esattamente come per tutte le stragi. Mauro Brutto dell'Unità non lascia dubbi."L'unico dato certo che polizia e magistrato hanno confermato alla stampa è che Lorenzo e Fausto sono caduti in un vero e proprio agguato e non sono state vittime di una lite o di un diverbio scoppiato all'improvviso.Anche se i due ragazzi sono stati visti da alcuni testimoni parlare con gli assassini,costoro li avevano attesi lungo la strada che portava a casa di Tinelli,con in tasca pistole avvolte in sacchetti di plastica per impedire ai bossoli di cadere in terra e cancellare un importante traccia ".Qualcuno decide la morte dei ragazzi del Leoncavallo ma un fatto,una circostanza li induce ad accelerare l'agguato.Quale?Fausto e Jaio erano seguiti da giorni,così come Danila,la madre di Fausto."Mi seguivano macchine targate Roma e una moto di grossa cilindrata targata Milano- dice Danila -Il padrone della moto era uno di Vimercate .L'avvocato Mariani (parte civile per la famiglia Tinelli) ne possiede perfino il numero di targa.Tra dicembre 1977 e Gennaio 1978 c'era una mini rossa che mi pedinava.Anche Fausto veniva seguito da almeno quattro settimane prima di essere ucciso".Nel Gennaio 1978 Fausto manifesta apertamente timori e paure che confida alla fidanzata ."Silvana sono preoccupato-dice- quando è sera mi guardo intorno e penso sempre che qualcuno mi segua.Non voglio passare più da Piazza Udine".Il padre di Silvana accompagnerà spesso il ragazzo a casa,in via Montenevoso 9.

Sono quasi le 17 del 18 Marzo 1978.Jaio e' già fuori casa e si incammina verso il Parco Lambro.Uno squillo di campanello rompe la routine di un tranquillo sabato pomeriggio a casa Iannucci."C'è qualcuno alla porta"dice Jaia,sorella di Lorenzo,rivolgendosi alla madre indaffarata nei mestieri di casa."Vado io ad aprire".E Jaia apre la porta.Vede un uomo di colore sui trent'anni ,probabilmente un africano che parla solo inglese e che sembra molto spaventato."Eight o'clock,eight o'clock,Danger,danger"-continua a ripetere meccanicamente mentre mostra un orologio al polso.La signora Iannucci e Iaia rimangono allibite."Cosa vuol dire?Pericolo alle otto".Si guardano senza capire. Perché quell'africano suona proprio il loro campanello?Che cosa lo agita tanto?L'uomo non conosce l'italiano non riesce a spiegarsi meglio.Mentre corre giù nelle scale ripete quasi meccanicamente il suo messaggio.Chi era ?Che cosa aveva sentito?Non c'è risposta ma nel quartiere Casoretto in molti sanno che si prepara qualcosa di grosso.Dovevano saperlo in tanti perché le modalità fin qui descritte portano ad una conclusione certa:solo una vasta rete di complicità può consentire ai killer di colpire e sparire."Non capì il senso della frase ma alla luce dell'omicidio avvenuto poco prima delle 20 l'uomo di colore forse voleva avvertirci che qualcosa sarebbe accaduto proprio a quell'ora".Di misteri l'omicidio del Casoretto è fin troppo intriso.Il padre di Jaio,Mario Iannucci,operaio della Nuova Innocenti, è alla finestra della sua abitazione al Casoretto.Vede un gran passare di macchine di polizia e carabinieri e di autoambulanze.Fin qui tutto è regolare.La sorella di Lorenzo sostiene che il fatto accadeva due minuti prima del duplice omicidio."La prova sta nell'orologio del campanile della chiesa di Piazza San Materno che suona due volte,tre minuti prima e tre minuti dopo l'ora,da sempre.Quella sera i rintocchi battono esattamente alle 19,57 e alle 2O,O3"mi dice Jaia con una sicurezza matematica.Da che parte provengono quelle macchine?Dove sono dirette?Chi le ha chiamate?Danila Tinelli racconta un particolare che conferma la tesi dell'omicidio premeditato e l'agguato in piena regola che sarebbe dovuto scattare da lì a pochi giorni."Quattro giorni prima che Fausto morisse arrivò una telefonata.Era una ragazza .Si presentava come amica di mio figlio.Mi chiedeva però che scuola faceva,a che ora ritornava a casa.Due giorni dopo,tornando dal lavoro ,mi scontrai sulle scale con una ragazza sui 21-22 anni.Vestiva elegantemente,all'ultima moda:stivali in pelle,soprabito,capelli castani con una riga da una parte.Una vecchietta che abitava nel mio palazzo mi disse che le si era presentata poco prima una ragazza .La descrizione combaciava perfettamente con quella che incrociai sulle scale. L'anziana signora cadde nella trappola.La ragazza le chiese vita,morte e miracoli di Fausto:notizie di ogni tipo,comportamenti,abitudini.Gli assassini erano in possesso di dati utili per far scattare il piano.Quando tornò a casa Fausto gli spiegai ciò che era accaduto.Mi disse che non conosceva nessuna persona con quelle caratteristiche .Sono convinta che la donna faceva parte del commando che uccise mio figlio".Il sabato che precede l'omicidio Danila ha come un presentimento."Sentivo l'angoscia crescere.Era sera e Fausto,Jaio e Ivano Valtesi uscivano da casa mia,credo fossero diretti al Leoncavallo per un concerto.Dissi loro di non passare da via Mancinelli,era troppo buia,perché qualcuno avrebbe potuto sparargli alle spalle.Quelle telefonate,la ragazza con l'impermeabile mi avevano fatto pensare che qualcosa di brutto potesse accadere a quei ragazzi,ne ero certa.Poi c'è un altro particolare.Fausto aveva abitudini regolari.Andava a scuola alla stessa ora.Alle 14,30 tornava a casa,mangiava,alle 16 prendeva il te con i biscottini,alle 17 andava al Leoncavallo,alle 20 circa era nuovamente a casa.Era facile colpirlo.Bastava seguirlo,controllarlo per poche ore ,come è stato fatto dai suoi assassini"..Danila racconta mentre le scende una lacrima sul volto."Fausto e Jaio sono stati trattati come fossero dei fantasmi.Invece erano persone in carne e ossa.Non facevano del male a nessuno.Sono stati anni duri,diciotto lunghi anni di silenzio.Noi chiedevamo giustizia,uno straccio di prova che potesse aprire il processo.Solo pochi ci hanno dato una mano.Oltre a te ci sono quelli del Centro,Brutto,Gay,Poletti.

E' lo stesso silenzio che anticipa la volontà di insabbiare,di dimenticare,come per tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro paese.Noi lì a chiedere giustizia.Gli altri,polizia e magistratura,a tacere.Si è fatto poco sul caso di Fausto e Jaio,si sono persi momenti preziosi,attimi che avrebbero potuto far emergere le trame nascoste che li portarono alla morte.Forse perché avevano diciotto anni,frequentavano il Centro Sociale,portavano i capelli lunghi.Forse perché non erano uomini potenti,magari dei ministri ".

UN INDIO DAI CAPELLI NERI

Lorenzo Iannucci,detto Iaio,e' un ragazzo di quartiere.Conosce anche gli angoli più nascosti del Casoretto,di quel complesso sistema di viuzze e piazzette che fa di quella parte di Milano un enorme paesone,dove tutti si conoscono ieri come oggi.Un quartiere popolare,dove la sinistra ha la maggioranza:il Pci ottiene negli anni Settanta in questa zona risultati sorprendenti.Figlio di operai,immigrati cresciuti nella zona più popolosa della grande Metropoli.Jaio viene a Milano che è piccino,solo nove anni.Il padre Mario vuole cambiare aria e spostarsi dal Meridione in Lombardia:il lavoro sicuro,un avvenire per i figli,una vita migliore.Un anno dopo,nel 1970,Lorenzo si ammala per una malattia nervosa causata dal trauma del cambiamento di vita,dal clima .La famiglia Iannucci si trova alle prese imbatte con la sanità milanese, con le lungaggini burocratiche,proprio come nel loro Sud.Poi arriva la scuola media e dai fiocchetti azzurri si inizia a studiare per davvero.Va bene,intendiamoci, anche se per i professori e' un po' svogliato. I pomeriggi li passa all'oratorio.Riesce a starci nonostante il carattere ribelle,lega con gli amichetti,scambia con loro le figurine,gioca a pallone,senza soste.Sono gli anni della spensieratezza. A quattordici anni ,però,iniziano i primi scontri con la famiglia,le scuole superiori creano le prime fratture,i genitori scelgono gli indirizzi per i figli e così Jaio si iscrive al professionale come disegnatore meccanico. Lorenzo abbandona i biliardini della parrocchia.Gli stavano stretti. C'e' un mondo fuori che sta cambiando e sente che bisogna fare qualcosa. Jaio ha fretta,come tutti del resto.Ascolta musica,quella di allora,trasmessa dalle prime radio libere come Canale 96,Radio Regione , Radio Popolare e Radio Specchio Rosso,quella del Loencavallo.Molla i biliardini di Don Perego per abbandonarsi alla politica,aderendo attivamente al Centro Sociale Leoncavallo,occupato nel 1975.E' una ex fabbrica di medicinali trasformata in luogo di incontro e di spettacoli musicali."Ero contrario a chi frequentasse il centro-dice il padre al settimanale Panorama-Ma mio figlio mi aveva assicurato che lì non facevano nulla di male.Del resto mi fidavo di lui:era un ragazzo maturo e ancora rispettoso dei genitori,al punto che se voleva fumare una sigaretta lo faceva ancora di nascosto da me".

Lorenzo viene bocciato nel 1977 all'Istituto professionale Settembrini(frequenta il terzo anno)ma non demorde e torna ancora a scuola. A febbraio 1978,poco prima di morire,la abbandona.Sarà l'ultima volta che vedrà i suoi compagni di classe.E' in cerca di un lavoro,come tutti i diciottenni di allora.Cerca un'indipendenza per poter metter su casa un giorno o fare qualche viaggio.Si iscrive alle liste di collocamento del Comune.Spesso si mette in fila per firmare il cartellino rosa della disoccupazione. "Da qualche mese aveva trovato da lavorare presso un restauratore,un impiego senza libretto che però gli risparmiava l'umiliazione di chiedermi le cinquecento o le mille lire per il cinema"-dirà anni dopo la madre di Jaio.Si scopre stanco ,sfibrato,lo sfruttano fino all'inverosimile,spesso dodici ore di lavoro al giorno per una manciata di lire.Intende mollare il lavoro ma prima,deve finire una sala da pranzo:il padrone gli potrebbe dare trecentomila lire.Da due anni suona la chitarra.Lo zio,un magazziniere della scuola elementare,gli regala una sei corde.La ricordo perché un pomeriggio al Parco Lambro suonammo per alcune ore,senza fermarci.Amava il blues.Quando si iniziava con il giro di mi era contento perché capiva che poteva improvvisare.E' portato per la musica.Ha un orecchio particolare.Lui abita in due locali al terzo piano di un vecchio stabile in piazza San Materno.Qualcosa come ventimila lire al mese d'affitto.In casa ci sta poco perché non possiede una sua stanza, neppure un angolo per le cose personali.Dorme in una brandina nella stanza da letto dei genitori. Così e' sempre in movimento.Adora i bambini.Una volta sulla 62 chiede a una giovane signora che non conosce:"Mi presta il bambino che ci gioco un po’?".La signora avvicina suo figlio a Jaio.E giù boccacce e risate a crepapelle.E' fatto così. Allegro,sempre sorridente,di un sorriso imbarazzante.Sa essere spontaneo anche quando torna a casa dal suo lavoro:dal falegname decoratore lo sfrutta ma poco prima di morire intende lavorare in artigianato con altri.Sempre preso a far progetti di vita,con il suo amico Antonio sogna di comprare una fattoria o aprire una comune.Ama viaggiare:se avesse tirato su qualche soldo sarebbe andato certamente in India.Veste come va di moda negli anni Settanta ma lui e' libero anche da quegli schemi:si cuce perfino i pantaloni larghi addosso.Quando e' al Leoncavallo si sente un re.Gli piace mettersi la bombetta,comprata da un amico nei mercatini di Londra.

La porta sempre. E balla per ore,senza fermarsi.E' buffo con quella faccia da giovane indiano.Uno splendido indio dai capelli neri.

Jaia lo ricorda ancora oggi."Quando aveva 14 anni lo chiamavano Pollicino,perché era piccolo,poi quando andò alle superiori divenne alto,magro,coi capelli lunghi a caschetto:il suo modo di fare affascinava le ragazze con le quali aveva un rapporto bello,era amato dalle persone e si era costruito un gruppo intorno a lui".Jaia nota che nei giorni prima di essere ucciso è cupo,triste." Non mi raccontò nulla a proposito di ciò che lo assillava:solo dopo la sua morte collegai questo suo atteggiamento a qualcosa di più grave,inerente alle indagini che stava svolgendo insieme ad altri sul mondo dello spaccio della droga nel quartiere,qualcosa che lo angosciava in modo profondo".Politicamente e' un "cane sciolto",nel senso che non fa parte di un'organizzazione politica.Va al Leoncavallo,vive anche i momenti delle case occupate.Ce n'e' una in via Pasteur dove andava spesso.Si avvicina all'area dell'Autonomia operaia milanese pur con qualche distinguo.Rifiuta però le etichette.Di lui rimangono i ricordi degli amici e tante poesie,scritte da anonimi ragazzi milanesi che posano i loro pezzi di carta in via Mancinelli,nel luogo del delitto."Sai Jaio,quando mi sei tornato davanti agli occhi?Sentendo un pezzo dei Rolling Stones.Ti ho visto ballare al Leoncavallo.Si erano accese le luci,ma tu continuavi, scuotendo la testa,i capelli,con la camicia marrone fuori dai pantaloni,sulla maglietta.Poi eri venuto in radio,al di là del vetro,col naso schiacciato.Ridevi sorridevi. E sceglievamo la musica in silenzio,frugando per trovare quella giusta.E' buffo,no,con i Rolling Stones?E' l'imperialismo,musica decadente.Quando c' è stato il convegno sull'arte dell'arrangiarsi eri un po' scazzato ma non l'avevi presa male.Il Leoncavallo ti piaceva di più.Un po' più disadorno,ma si ballava e poi c'era bel blues.Altra musica.Ma non abbiamo mai cantato l'Internazionale insieme.Non mi sembra ci sia mai stato bisogno o l'occasione.Non era musica che ti stava bene addosso.Avevi ancora una crosta sul naso stamane, sai?Ti hanno messo proprio in un brutto posto,freddo,c'era troppo raso bianco.Neppure il raso ti andava bene. I fiori,sì.La crosta sul naso,una crosticina e i capelli tirati indietro sulla fronte.Ma io la fronte non l'avevo mai vista.Un indio.Un bellissimo indio con le labbra grosse ,proteso in avanti.Un indio dai capelli neri e con gli occhi gentili".

Con Fausto si conoscono da bimbi,mentre giocano con i calzoni ancora corti alla parrocchia di Santa Maria Bianca,nel cuore del Casoretto.Frequentano i corsi di catechismo e in preparazione della Prima Comunione.Da allora sono diventati inseparabili,amici per la pelle.Giocano per ore,senza stancarsi con quelle scarpette sempre sporche di terra e le magliette che stanno sempre più strette.Sempre insieme alle feste con gli amici,al Lambro,al Leoncavallo.Angelo,vicino di casa e compagno di giochi ai tempi in cui si divertiva nella squadretta dell'oratorio,offre un ricordo incontaminato."Erano gentili con tutti,legati da un affetto fraterno".Di Jaio diranno alcuni amici."Non era un arrabbiato,nemmeno un filosofo:alle dotte analisi politiche preferiva la discussione sui problemi concreti,quotidiani".Rimangono le parole di Paolo che in una lettera a Lotta Continua dona l'esatta percezione di Lorenzo.Una sera gli chiese cosa stesse pensando e lui rispose con una battuta ."Niente, sogno".

IL RAGAZZO DAGLI OCCHI GENTILI

Fausto ha un carattere più chiuso e introverso di Jaio ma insieme sono un'unica cosa.Li tiene uniti una passione per la vita fuori dal comune. Francesca Fratini,sua insegnante di storia dell'arte, ama dire:"E' un ragazzo intelligente che a scuola si impegna e riesce a dare il massimo se gli argomenti che affronta lo interessano:pur non avendo particolari motivi per essere contento,gli piace vivere,guardarsi intorno,rimettere in discussione quello che,appena il giorno prima, lo convinceva".Veniva dalla fredda e riservata Trento dove aveva vissuto fino alla quarta elementare. A Milano si sente spaesato,la città e' troppo grande per un bimbo dagli occhioni gentili e dallo sguardo timido.Gioca con pochi amici. Ivano e' uno di questi."A Milano ci siamo trovati nella stessa scuola,non avevamo altri amici;Lui era da solo e veniva da un'altra città,anch'io ero solo,ci siamo trovati subito.Alle elementari eravamo ancora insieme ma non nella stessa classe".Poi le medie inferiori in una scuola al Casoretto.Tre anni passati,come Jaio del resto,nella massima tranquillità.Il passo verso le superiori è breve e nello spazio di un'estate Fausto si trova iscritto alle professionali:vuole fare il disegnatore meccanico ma non c'e' posto e l'hanno iscritto a congegnatore meccanico.L'indirizzo,un po' forzato non gli piace proprio,gli sta stretto.Ha resistito due mesi ed è passato al liceo artistico.I pomeriggi dei primi anni Settanta li trascorre all'oratorio di Don Perego,proprio come il suo amico Jaio.Ma nei campetti è durato poco.Preferiva fare altro.Spesso si porta i libri in metropolitana,di mattina,quando le vetture sono stracariche di gente che non ti degna di uno sguardo e tira dritto. Lì,in quel caos urbano,mette a fuoco le sue idee. Ivano,suo compagno d'infanzia,dice che "leggeva tutto,avidamente:i pomeriggi li passava spesso sdraiato sull'erba al parco con gli amici e un buon libro da leggere".

Con Jaio ha molte cose in comune ; la passione per la musica era una di queste.Fausto e' impazzito per i Rolling Stones:si fa mandare i dischi in anteprima da suo zio di Trento,grande collezionista di rock.Conosce le loro canzoni a memoria .Secondo Monica,una compagna di scuola di Fausto,"Ultimamente stava tutto il giorno ad ascoltare la musica:a volte perché venisse con noi al parco,dovevamo portarlo con la forza".Ma non c'erano solo artisti stranieri tra i suoi preferiti. Giorgio,suo amico da diversi anni ricorda che" gli piacevano anche pezzi che parlavano di protesta,che ti lasciano lì a pensare,un po' arrabbiati".

Politicamente e' un libertario ma simpatizza per Lotta Continua.Non e' un militante,non accetta le gerarchie.Per questo e' simile al suo amico Jaio."Tutto ciò che Fausto decideva di fare doveva avere un senso-ricorda a Panorama Davide ,compagno di classe,poco dopo l'omicidio-Quando insieme si commentava la morte di un amico diceva che se fosse toccato a lui avrebbe voluto un funerale con le bandiere rosse"perché anche con la morte ci si possa rendere utili".Osvaldo,compagno di scuola,sostiene che "Fausto era un anarchico ;andavamo a prendere i manifesti di Ulrike Meinhof(la terrorista della Raf uccisa nel carcere di Stamheim),i bollettini,in una libreria di sinistra:voleva un mondo pacifico ma non voleva arrivare con i fiori in mano perché era convinto che ci voleva una rivoluzione;ultimamente faceva qualcosa a scuola,ma molto meno di anni fa,l'anno scorso era in un collettivo di quartiere autonomo;quando è uscito ha lasciato andare un po' tutto pur rimanendo sempre un compagno"

Con Danila ha un rapporto speciale, un profondo legame che li porta a parlare per ore.Fausto le confida tutti i problemi, anche quelli piccoli."Era un libro aperto-dice la madre.Gli amici di scuola raccontano che "era rammaricato che la madre non avesse potuto studiare,perché la riteneva donna di grande intelligenza".E lei non ha mai disperato di ritrovare il suo Fausto, magari per strada o tra I discorsi dei giovani d'oggi,in un gesto di bontà verso gli altri,lottando per una società più giusta,umana."Fausto mi parlava spesso di quei ragazzi di zona che iniziavano a bucarsi-dice la madre-Li vedeva intontiti e se ne dispiaceva.Non sapevo che in realtà stava portando avanti un lavoro pericoloso, un'indagine sullo spaccio d’eroina nel quartiere e a Milano.Se lo avessi appreso glielo avrei impedito, con tutte le mie forze perché non sono i giovani che devono occuparsi di questi lavori.Dovrebbero essere le autorità e le istituzioni ad indagare. I genitori, invece, potrebbero svolgere un ruolo di prevenzione,senza aspettare che i figli entrino nel giro dell'eroina.Fausto è un ragazzo che ha sacrificato la propria vita per salvare quella degli altri".

Fausto è un timido.Spesso ti guarda con quegli occhi rivolti verso il basso.E' fatto così.Non che avesse paura degli altri ma la sua provenienza nordica, riservata,lo portava ad ascoltare gli altri.Le ragazze lo imbarazzano. Così lui ripete la solita frase: "Io non le so prenderle".Ce n'e' una pazzamente innamorata di lui e mentre Fausto sale le scale della scuola,vedendolo ,è svenuta:lui si e' messo a ridere come un matto.Sempre pettinato, vestito con garbo,mai una piega fuori posto. I genitori degli amici lo vedono come un ragazzo per bene,per la sua pettinatura e per il modo di fare.Mi vengono in mente le parole di Danila."Ogni volta che la porta si apre penso che Fausto ritorni,con con quello sguardo stralunato,un po’ timido e sognatore,che accarezza i cagnolini e si sdraia per ore a leggere nel suo divano letto".

IL PIANTO DI UNA CITTA'

Due ragazzi di diciotto anni si guardano per pochi secondi,chiudono gli occhi e scoppiano a piangere. Loro,Fausto e Jaio,non li conoscono nemmeno ma la notizia dell'omicidio di via Mancinelli fa in breve tempo il giro della città.Le radio d'informazione diffondono la notizia in tutta Milano. Così il Casoretto è stracarico di persone:militanti dei gruppi della sinistra extraparlamentare,giovani del Leoncavallo,i ragazzi dell'oratorio,quelli che avevano giocato a pallone nei campetti fangosi,pensionati,lavoratori.Un vecchietto che avrà settant'anni ricorda."Ho fatto il partigiano sulle montagne della Val D'Ossola,pensavo di aver lottato per cambiare il futuro dei miei figli e della nuove generazioni ma quando vedo queste cose penso che il nemico è ancora qui con noi solo che ora non sappiamo come combatterlo". Lo sgomento è forte.Alle 21,17 Radio Popolare interrompe bruscamente un brano musicale per dare la prima versione dei fatti."Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci- dirà lo speaker-due giovani di diciotto anni sono stati ammazzati questa sera in via Mancinelli a Milano,tre individui li hanno uccisi a colpi di pistola.Per ora non abbiamo notizie ma vi terremo aggiornati man mano che se ne aggiungeranno altre".La manopola della radio si sposta sulle frequenze di Canale 96."Due ragazzi del Leoncavallo sono stati ammazzati con vari colpi di pistola.E' certa la matrice di destra dell'agguato".L'emittente continua nel racconto."Due compagni del Leoncavallo sono stati uccisi in via Mancinelli,quasi all'angolo di via Casoretto. A pistolettate.Uno è morto sul colpo,l'altro sull'ambulanza.Non sappiamo ancora i loro nomi".Radio Regione,allora del Pci,è sulla stessa lunghezza d'onda ma si spinge in là:lo speaker si chiede "come mai un omicidio a due giorni dal rapimento Moro".

Alle 21,30 di sabato 18 marzo 1978 via Mancinelli è un fiume in piena.La strada è ricolma,i marciapiedi strabordano, la metropolitana di Pasteur porta gente dai quartieri più periferici della metropoli.Vengono da tutta la città,hanno sguardi tristi,increduli."Lo abbiamo saputo dalle radio-mi diranno.Un giovane del Leoncavallo sussurra parole che pesano come pugni nello stomaco."Capisci? Poteva capitare a chiunque di noi".Dice che al centro sociale è entrato un ragazzo."Hanno ammazzato due giovani proprio qui,dietro all'angolo".Sono usciti e hanno invaso le strade e le piazze.Si organizza una manifestazione spontanea.Nessuno vuole etichette di gruppo.Le organizzazioni politiche della Nuova Sinistra danno il loro appoggio ma promettono che nessuno striscione sarà esposto.La rabbia e la tensione fanno la loro parte.Il corteo è scomposto,non ha una testa neppure una coda.Giovani entrano nei locali,nelle pizzerie e trattorie,gridano:"Hanno ammazzato Fausto e Iaio,hanno ammazzato due compagni,due come noi".Agli ingressi dei cinema della zona lo urlano di nuovo.Lasciano lì la pizza,i risotti di Ada,una delle trattorie del quartiere.Quelli del Centro serrano le file."Giù dai marciapiedi,iniziamo la manifestazione"-gridano da un vecchio gracchiante megafono.Vengono lanciati slogan duri."Uccidere i fascisti non è reato","Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero".C'è chi punta il dito sulla Democrazia Cristiana."Governo monocolore si apre la strada con il terrore".Vetrine,macchine,lampioni:tutto viene distrutto in un disordine assordante.Piazzale Loreto,Corso Buenos Aires,corso Venezia,Piazza San Babila.Poi Piazza Duomo.Sale sulla sedia un insegnante del liceo Settembrini. Jaio era un suo alunno.Alle persone che rimangono lì,nonostante il freddo,traccia la prima timida pista."Stava facendo,mi ha detto,un'indagine sui rapporti tra droga e fascisti.Gli ho chiesto se avesse avvertito magistrati e polizia.Ha sorriso,ha detto che lui e gli altri compagni impegnati non volevano che tutto fosse insabbiato.Gli ho chiesto se non avesse paura e mi ha detto che ne aveva tanta".La polizia non si fa vedere anzi sembra lasciare il campo,senza neanche un intervento.Un testimone di quella manifestazione racconta,diciotto anni dopo, quello che aveva notato."Capì subito che c'era qualcosa che non andava- dice Angelo Brambilla Pisoni,detto Cespuglio,uno dei responsabili milanesi di Lotta Continua,ora scomparso."Penso che volevano colpire una certa area politica,l'autonomia operaia,lanciando una sorta di messaggio trasversale ai settori legati al terrorismo ma anche ai gruppi della sinistra extraparlamentare,ai militanti di base del Pci.Quello era un quartiere storicamente rosso,c'è un humus culturale di sinistra.Volevano colpire l'immaginario collettivo perché se ammazzi due ragazzi,così,a sangue freddo,due giorni dopo il rapimento Moro ottieni un effetto devastante,in una città già provata e nervosa come Milano.Infatti nelle prime file del corteo di sabato 18 marzo notai una decina di militanti di Prima Linea.Presero la testa .Non so se erano armati.Di certo chi ha ucciso Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci sapeva bene cosa faceva,quale meccanismo perverso avrebbe prodotto.Era come lanciare benzina su un incendio che già c'era".Chi voleva colpire una certa area politica per scatenare la tensione a Milano?E' lecito pensare che il piano sia scattato proprio in coincidenza con il rapimento Moro?

Anche nel mondo del traffico degli stupefacenti qualcosa accade poche ore prima dell'omicidio del Casoretto. Enzo Nava faceva parte del gruppo di lavoro sulla droga della federazione milanese di Democrazia Proletaria.Conosceva alla perfezione il mercato milanese,i suoi protagonisti e le alleanze."C'è il rapimento Moro. I distributori all'ingrosso di eroina sono per lo più concentrati al Parco delle Basiliche,Parco Lambro,Giambellino.E' il quarto sabato consecutivo che la droga sparisce globalmente dal mercato come se si stesse assistendo ad un operazione economica mossa però da altre spinte,magari di tipo politico.La stessa cosa era accaduta nel novembre 1974.Quel sabato 18 marzo 1978 erano previsti almeno quattro concerti che avrebbero potuto movimentare un numero consistente di ragazzi.Ricordo che c'era Angelo Branduardi al Teatro Lirico e il blues al Leoncavallo.Verso le 19,30,a pochi minuti dall'agguato,entrano in scena spacciatori con Lsd fortissimi.Era un potentissimo eccitante.Due giorni dopo l'omicidio di Fausto e Jaio torna a circolare eroina.Nel 1978 c'erano 15 piazze che funzionavano 24 ore su 24.Era anche l'anno dove si stabilisce il forte legame tra malavita organizzata e neofascismo".

La manifestazione termina quando Milano dorme da un bel pezzo.Le facce sono stanche,il nervosismo è alle stelle.Molti si danno appuntamento a qualche ora dopo, davanti alle scuole.Si stenderanno solo per rimediare qualche ora di riposo.Nessuno dormirà fino in fondo.Quei due corpi sul selciato diventeranno incubi ricorrenti,visioni notturne che turberanno tutti.Ma di notte prosegue il filo diretto delle radio. Danila,madre di Fausto Tinelli,telefona a Radio Popolare.E' l'1,51."Pronto?sono la mamma di Fausto.Volevo smentire che mio figlio era nel mondo della droga.Sono tutte calunnie.Basta che sia povera gente che subito gli buttano calunnie addosso.Se una donna muore per strada è una puttana.Se un giovane muore è un drogato.Non voglio che ci vadano di mezzo altri giovani.Voi dovete aiutarmi a trovare i killer di mio figlio.Quelli li voglio,li voglio far fuori con le mie mani.Ero sola a casa questa sera.Me lo ha detto la polizia che è stato ucciso.Fausto ha sempre odiato la droga,non mangiava neanche la carne perché voleva bene alle bestie."Danila piange,si dispera."Fausto ha un fratello di 18 mesi,Bruno,erano molto attaccati,non voglio che vadano di mezzo altri ragazzi come mio figlio,voglio solo indagare per scoprire i responsabili".

Una viuzza stretta con poche case,costeggiata da un lungo muro grigiastro.In mezzo quattro transenne delimitano da alcune ore il luogo dove Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli sono caduti.Via Mancinelli vede arrivare fino al giorno del funerale,mercoledì 22 marzo,ragazzi e ragazze sconvolti dal dolore,dal pianto,dalla commozione.E' il pianto di una città.Immensi cortei di studenti e operai lasciano spazio ad un grande senso di impotenza.Nelle prime ore di Domenica 19 marzo si ammucchiano sul selciato mazzi di fiori,quasi tutti anonimi.Con l'arrivo delle prime luci,agli amici che hanno passato la notte al freddo si aggiunge una piccola folla che si ingrossa in continuazione .Alle 10 al centro sociale Leoncavallo prende forma un'assemblea:parlano gli amici di Fausto e Jaio."Bisogna rispondere all'agguato teso da killer fascisti".Ma la gente che c'è lì attorno non ha una gran voglia di discutere.Piange e sta zitta.Poi inizia la manifestazione.Sono tanti.Tremila sono di Avanguardia Operaia e Mls,duemila quelli di Lotta Continua e Autonomia.Sfilano incattiviti in una città più deserta del solito.Là davanti c'è un solo striscione,"Fuori i fascisti dal quartiere".La gente si affaccia dalle finestre,stringe il pugno ,saluta.Un vecchietto si toglie il cappello e si avvicina al corrispondente di Radio Popolare.E' in diretta."Bisogna dire basta .Basta dì de si ai padrun e alura te 'masen no;sì,sì,signorsì,alzare il cappello e andare. E già,adess dighen tucc sì.No,minga tucc. Varda lì,ghreren du compagn,e adess qui davanti a noi ci sono le bandiere rosse."Il responsabile del servizio d'ordine di Lotta Continua si reca a parlare con Il Comitato permanente antifascista che si è convocato d'urgenza alla sede dell'Anpi di via Mascagni."Abbiamo scioperato contro la strage di Roma,dove uomini della scorta di Moro sono stati uccisi,scioperiamo anche per l'uccisione di questi due compagni.Sono vittime o no della stessa strategia?".E' un'attività febbrile,si tessono nuovi rapporti politici con i partiti e con i sindacati.

Arriva la sera e molti vanno a casa.Non dormono da ventiquattro ore e li aspettano altre giornate cariche di passione.In via Mancinelli c'è sempre chi presidia. Lunedì 20 marzo tocca alle scuole:cortei improvvisati formano una marea di giovani.Sono ventimila.La parte più dura del corteo esprime la volontà di andare in via Mancini,sede milanese del Movimento Sociale Italiano, ma nelle discussioni e negli alterchi c'è chi ricorda cosa accadde dopo la morte di Claudio Varalli,ucciso dal fascista Antonio Braggion e il corteo del 17 aprile 1975 quando un gippone dei carabinieri investì,uccidendolo,il militante dell'MLS Giannino Zibecchi."Bisogna bruciare le sedi"-urlano gli autonomi. I gruppi tentano di riportare la calma.Si va avanti per ore poi la tensione si è stempera.

Gli slogan s'interrompono soltanto quando entra in piazza il corteo della scuola di Fausto Tinelli:l'artistico Brera di via Hajeck.Fragili ragazzini portano uno striscione che sarà grande cento volte più di loro:è una tela bianca con i nomi e i volti di Fausto e Jaio.Un grido rabbioso echeggia di colpo in Piazza Duomo."Fausto,Lorenzo non siete morti invano".Da un altoparlante si chiede lo sciopero generale per giovedì 23.Il sindaco Tognoli s'impegna a portare in consiglio comunale la proposta di un funerale in forma pubblica.Sono migliaia,giovanissimi,vecchi,bambini tenuti in spalla dai genitori.Urlano la loro rabbia sotto un cielo livido.Assomigliano a tanti Fausto nel modo di parlare e di vestire che era quello di tutti noi,allora.Accanto agli studenti più politicizzati si mischiano nella folla quelli delle prime e seconde superiori con i libri da disegno sotto braccio e le cartelle in spalla.

Nel quadrato di asfalto lasciato dalle transenne si ammucchiano centinaia,migliaia di bigliettini ,scritti di getto dai giovani che popolano via Mancinelli.Li hanno tracciati su fogli di quaderno, carta da lettere,su pagine strappate di agende e diari,sul retro di volantini.Versi ,poesie,rime.Accanto alle parole hanno lasciato fiori,regali,ricordi,cioccolatini.Le poesie vengono raccolte in un prezioso e ormai introvabile volume,"Che idea morire di marzo",stampato dal Leoncavallo e da un gruppo di giovani del quartiere Casoretto.Quello della corrispondenza a Fausto e Jaio è un vero fenomeno di massa che ha coinvolto tutti.Ci sono accenti minacciosi,rabbia,slogan duri ma la maggior parte delle lettere sono intrise di malinconia,impotenza,amore.Chi scrive non aveva dimestichezza con la penna ma lo sforzo è grande.Buttate giù in fretta,sull'onda dell'emozione,le poesie sono spesso ingenue,sprovvedute,prive di tecnica,infarcite di frasi copiate da canzoni di cantautori.Quello che colpisce è la spontaneità che ognuno esprime liberamente.Sono frammenti di memoria.Come le parole scritte da Grazia Pado Movia ,che lascia ciò che ha da dire."Che senso ha vivere a 19 anni e poi morire così:è stata una morte inutile".E' una montagna fatta di carta .Qualche foglietto è spiegazzato,lo trovo sparso in mezzo a tanti altri."Ho preso i giornali delle menzogne per fare un gran falò dove la strega dagli occhi di antracite ha messo un pentolone a bollire.Dentro ci ha messo le lacrime dei compagni,il calore del sole,la voce dei giovani che fanno all'amore,gli occhi dei vecchi,le mani delle casalinghe,il sudore degli operai,i riccioli degli studenti,le gonne a fiori delle donne,la musica delle nostre canzoni e un po' di polvere d'oro".Sono sogni colorati,speranze mai sopite,riflessioni. "Uno,due,tre. I rintocchi del pendolo,è notte,fantasmi si aggirano per la stanza:i miei pensieri. Orrore,paura e rabbia,tanta rabbia,che esplode improvvisa.Accendo la radio,musica,comunicato,frasi di circostanza,tutto è finito,su un marciapiede bagnato di sangue,coperto dai fiori ho lasciato una parte di me."Sono ragazzi giovani ,come Fausto e Jaio,accomunati dal dolore,dalla rabbia ma soprattutto da un senso d'impotenza.In molti c'è pure la consapevolezza che i cambiamenti della società non possono essere bruschi e repentini. C'è la solitudine in ognuno di loro. "Non ce la faremo mai a cambiare perché le macchine continuano a passare,rallentano un poco e vanno,perché siamo in pochi e la gente è senza cuore".Si scrive che è notte,mentre le auto nella città scivolano via veloci e la notte inghiotte le emozioni.Come quelle di Luca,diciassette anni,studente di Cormano."Potevo essere io uno di quei due ma per un attimo sono morto insieme a loro,per un attimo nel buio della mia camera sono morto anch'io".Il senso di libertà c'è tutto .Si vuole andare più in là con la scrittura,nell'intento di donare ai due ragazzi uccisi qualcosa che possa rimanere intatto e vivo."Bruciati ora,su queste piazze fra queste strade,affermazione negata dall'uomo rinchiuso che fugge dalle tue parole,come un cane a cui vuoi togliere la museruola,per lasciargli abbaiare la sua rabbia e mordere chi lo vuole tenere alla catena".Silvana,la ragazza di Fausto,lascia il suo amore,profondo e ancora giovane.Il suo sconforto è grande,il dolore impetuoso,il tormento troppo forte."Penso che ti raggiungerò presto.Chi è morto dentro non può continuare a vegetare.Ed io sono morta dentro.Ti vorrei dire tantissime cose.Non sbatte niente a nessuno:te lo assicuro,solo a pochi.Ti amo tantissimo".Celina Hernandez riporta una lettera che aveva letto un giorno al Parco Lambro a Lorenzo.E' il ricordo che ha di Jaio."Sono qua,seduta su un foglio dove scorre questo inchiostro e mi appare il tuo viso,dolce,allegro.Sono fra mille persone,ognuna è diversa ma ognuna sei tu.Ti vedo in ogni corpo,ti sento in ogni voce,ti cerco in ogni strada. E poi,nell'allegria dell'inchiostro ti ritrovo e ti bacio.Adesso il tuo viso non è più trasparente,adesso ti posso accarezzare,il tuo sorriso è caldo e vicino,i tuoi occhi chiusi sono davanti ai miei.Ti ho con me e domani ti porterò,ti rivedrò in ogni viso,ti cercherò altre volte,nell'allegria di un sorriso:per poi tornare ad avvolgermi nella felicità di ritrovarti ancora con me".Tornano in mente le cose passate tra amici,le mille risate,la costruzione dei rapporti,certe timidezze nascoste nel cuore .I biglietti portano mille nomi ma è come se ogni riga appartenesse ad un unico pensiero collettivo.Chiunque avrebbe potuto scriverle,allora,in quel marzo 1978."Non ti dimenticherò mai e sono sicura che una mattina,prendendo la filovia che ti porta a scuola ti ritroverò seduto,come lo eri sempre,al posto del bigliettaio con i tuoi grandi occhi azzurri e il tuo dolce sorriso".Fausto e Jaio vengono trattati come due vecchi amici partiti per un lungo viaggio.Qualcuno li attende.Come Marina .

"Ci sono cose che vorresti dire da sempre e quando arriva il momento non trovi le parole adatte.Sai Jaio,io ti ho sempre ammirato,anche se forse non l'ho mai fatto capire.Forse è ora di parlare di vendetta ma è l'unica cosa a cui riesco a pensare con freddezza e lucidità.Se cerco di ricordare i vostri volti scoppio in lacrime e non concludo più niente.Dovevamo festeggiare il diciottesimo compleanno,il mio,per mercoledì.Doveva essere una cosa da niente,due pasticcini e via,molto semplicemente come del resto siamo.Ma non mi aspettavo per nessun motivo che finisse così.Ho trascorso i miei diciotto anni ai tuoi funerali,passando tre volte in via Mancinelli e poi la manifestazione.Non potevo fare altro.Ma ho deciso,dovessi rimetterci la pelle se non lo farò.Lo sai sono testarda.La via Mancinelli la ripercorrerò da sola ogni volta che di sera andrò al centro.Ora sto piangendo Jaio,piango sempre quando ti penso e tremo,non mangio da tre giorni,mi sto ammalando .Avevo sempre detto che i miei diciotto anni non li avrei mai scordati.Ma non volevo che questo accadesse così.Io non so fare altro che questo.Piango e basta. E guardare tutti quei fiori.Fra poco fotograferò questo posto".Si pensa ai cambiamenti,alla politica,ai rapporti personali.Tutto si mischia,lì,tra quei pezzetti di vita scritta."Orrore,paura,schifo.Schifo quando sento arrivare della gente intruppata che lancia slogan che parlano di righe rosse tra i capelli e chiavi inglesi e altro.Passano davanti alla macchia di sangue violentando tutti i compagni che sono raccolti lì in silenzio,piangendo.Comprendo che è una falsa rabbia esterna.Mi chiedo come si possa avere la forza e il coraggio,a poco più di un'ora e mezzo dall'accaduto di urlare slogan.Mi domando se c'è umanità in tutto questo.Stavolta non piango.Non voglio fare cortei immediati,belli,duri,militanti,controinformativi.Ho solo un gran bisogno di parlare e di capire".Le fotografie stampano su carta frammenti di vita. C'è chi le guarda serenamente e mette su un foglio ciò che prova."E questa foto tua,che guardi lontano,un po’ serio.Se te la facessi vedere ora,ti metteresti pure a ridere dicendo che non era venuta bene,che in fondo non eri proprio tu. E Tu,Jaio,dov'eri?Mi tornano in mente tutte le leggende antiche dei greci,quando i vivi si mettono a parlare con i morti.Poi non è più successo.La gente ha iniziato a dire che erano dei pazzi,che era meglio lasciare perdere. Perché bisogna dire che la tua è una morte politica dimenticando chi era Jaio?O dire solo che eri Jaio e dimenticare tutta quella gente sotto il sole e il vento di Milano con le montagne dietro?Ti ho portato in spalla,dentro tutto quel legno.Pensavo che eri tutto sballonzolato,sbattuto di qui e di là.Ora non possiamo più fare progetti insieme.Quando ti ho visto con i capelli tirati indietro,ho capito che non appartenevi più a te stesso. E mi sono messo il cuore in pace.Facevi parte di un rito.Lì all'obitorio.

Poi,nel corteo,mentre ti portavo in spalla,eri cambiato.Eri dentro,dentro e dietro agli occhi.Quando ti hanno messo davanti alla chiesa ero un po’ geloso di consegnarti alla gente.Poi ho visto che ti trattavano bene.Non c'era nessuno che fingeva.Ti sono passati tutti davanti,i fiori,i pugni tesi,si vedevano i tendini,le mani serrate.Li ho visti,non fingevano,Jaio,fidati,ti hanno trattato bene".C'è spazio anche per i rimpianti,il pensiero di quelle cose che avresti potuto o dovuto fare con un amico che ora non c'è più."Non ho fatto in tempo a darvi l'ultimo saluto,molta gente aveva bisogno di piangere sulla mia spalla.Non ce la facevo,sentivo il vento venirmi incontro dicendomi che era ora di ricominciare,di muovermi per evitare che altri ci facessero crescere in questo modo.Vi hanno ammazzati e forse siamo stati anche noi ad avergli dato una mano.Col nostro egoismo abbiamo permesso che molti compagni cadessero in questo modo".C'è un biglietto scritto alle due di notte."Ciao amore ciò che ti scrivo non è una lettera ma una storia.Stanotte hanno ucciso Fausto,il biondino che quando eravamo in prima non interveniva mai perché si vergognava,Fausto che chiamavamo Faust perché di origine trentina,Fausto con cui andavamo a fumare in segreteria,che diventava rosso quando andava a parlare con le ragazze,quando facevano i gavettoni o andavano a tirare le uova alla scuola privata .Mi ricordo che è andato avanti due mesi dicendo che gli faceva male l'appendice ma aveva paura ad andare all'ospedale.Per me Fausto è vivo e vivo perché tutte queste cose e tante altre le abbiamo vissute e non spariranno mai.Oggi è morta una mosca."Ce ne sono migliaia e migliaia di fogliettini spiegazzati e ognuno porta un segno."Di te conoscevo solo i sogni,il tuo sorriso,i tuoi libri,avevo visto solo i tuoi grandi occhi e la musica che avevi dentro,non ricordo le tue mani,non so chi amavi,di me non conoscevi niente,non volevo scoprirmi.Solo falsità e come vorrei avere i tuoi pensieri verso un cielo stellato e una luna che ha visto e sentito o verso un selciato sporco e una strada buia.Puoi sentire quello che non ti ho mai detto?".

Si prepara il giorno dei funerali,il più triste. L'addio a Fausto e Jaio è previsto mercoledì 22 marzo alle 11,in Piazzale Loreto.Nelle prime ore del mattino il mondo del lavoro si scuote:consigli di fabbrica,delegati sindacali,singoli operai decidono di aderire alla manifestazione."Noi dell'Innocenti faremo tre ore di sciopero,al di là di quello che comunicheranno i sindacati".Telefonate alle radio,comunicati,volantini.Le adesioni sono molte,articolate e poi ce ne sono altre sei in arrivo:Sip,Pirelli,Montedison,Honeywell,Cge,interi consigli di zona,i sindacati delle scuole e dei telefonici.Alle 22 di martedì 21 marzo giunge l'annuncio dei sindacati unitari."La federazione Cgil Cisl Uil ha deciso che tutti i lavoratori di Milano e provincia sospenderanno il lavoro nella giornata di domani riunendosi in assemblee,dalle 11 alle 12 verrà discusso il documento confederale sulla violenza e sul terrorismo. I consigli di fabbrica della città potranno organizzare una fermata dal lavoro tale da consentire la partecipazione dei lavoratori ai funerali".Il giorno inizia presto. Milano si sveglia con il frastuono dei camion che entrano nelle tangenziali,con l'odore acre dei fumi di scarico,con le colazioni consumate in pochi minuti nei bar della metropolitana.Gli autobus vengono presi di corsa,la gente guarda basso e tira dritto.E' un giorno diverso per Danila Tinelli.E' stata alzata tutta la notte,a guardare le fotografie.Apre quella camera e vede le cose di Fausto,il letto vicino alla finestra dove dorme da sempre,il piccolo Bruno che piange.La finestra da su via Montenevoso,e' deserta,nessuna macchina passa per interrompere quello strano silenzio di morte."Quel mercoledì 22 marzo non finirò mai di dimenticarlo.Stetti lì senza piangere,tenevo tutto dentro.Mi venivano in mente gli anni vissuti con Fausto,le discussioni,le litigate,lui che mi confidava tutto.Le estati a Trento,guardando le montagne e correndo felici per i prati.Era tutto nascosto dentro me,lo conservavo gelosamente,non volevo che nessuno entrasse.Vedevo i volti scuri delle persone,amici di Fausto e Jaio,ragazzini come loro che giocavano per ore da piccoli.La mia vita scorreva davanti.Poi le immagini belle scomparivano e tutto mi sembrava più difficile.Guardavo al futuro con angoscia,il mio piccolo Bruno che si staccava così bruscamente dal rapporto con Fausto,la vita,il lavoro,le difficoltà di farlo crescere bene,la casa troppo piccola,i sogni di cambiamento.Quello che ricordo era tanta gente,bella,triste,con le bandiere rosse che sventolavano e quel vento di marzo che mi portava via tutto,anche la vita"Per Fausto e Jaio e' stata allestita una camera ardente,in una stanzetta spoglia.là in mezzo ci sono le due bare,aperte a metà. Danila se ne sta lì,in disparte,appoggiata al muro,come tutti gli altri parenti.Dalla porta principale entrano ed escono migliaia di ragazzi,in silenzio,i compagni di scuola,gli amici,i vicini di casa,quelli del Casoretto.Non sono condoglianze prestate con noia ma abbracci sinceri."Prima i compagni del Leoncavallo,un migliaio-riferiva il cronista di Canale 96-Poi due bandiere della Federazione Lavoratori Metalmeccanici.Le due bare vengono portate a braccia,prima quella di Fausto e poi quella di Jaio.Poi dietro ancora,un mare di gente".Si cambia lunghezza d'onda .Il corrispondente chiede la linea a Radio Popolare."Sono arrivate le bare-dice in diretta.Subito dopo si ascolta un grande silenzio che forse comunica più di tante parole.Nel lontano 78 non esistono i telefonini,i cronisti registrano sui Geloso,sui Grundig,come se fossero in diretta.Poi schizzano lungo le scalette della metropolitana,si attaccano al telefono,danno la radiocronaca differita di soli pochi minuti.

Chi racconta quel funerale ha la voce rotta dai singhiozzi,i registratori si inceppavano,la linea era sporca ma la resa era straordinaria.Quella moltitudine di persone,centomila dirà la polizia,tutte insieme e in silenzio.Gli operai dell'officina di riparazione dell'Atm sono tutti sui cancelli,qualcuno ha messo pure la bandiera rossa,salutano le bare con il pugno alzato.In Piazza San Materno,di fronte a casa di Jaio,si diffondono le note dell'Internazionale.Un gruppo di donne che avranno cinquant’anni ha deciso di portare una corona di fiori. C'è una frase ."Le madri dei compagni del Leoncavallo".Adriana era una di loro."Ascoltavo la radio.Ad un certo punto interviene Carmen,fa un appello.Ci siamo trovate ai funerali,eravamo tante ma ci sentivamo troppo sole".Intorno alle 10,30 giungono i furgoni funebri con le corone già pronte.Servono a poco perché i ragazzi vogliono portare le casse a spalla. E lo fanno per un chilometro e mezzo fino a piazza San Materno,il cuore del quartiere,a pochi passi dalla chiesa di Don Perego,Santa Maria Bianca del Casoretto.Poi la bara di Jaio sfiora per un attimo il portone di casa sua,nella piazza:la madre gli da l'ultimo saluto,piange,si dispera.

Il corteo arriva da Piazzale Loreto e comincia a sfilare con il pugno chiuso.Questo continuo via e vai proseguirà per almeno un'ora e mezza.In chiesa Don Perego inizia la messa.Un ragazzo che avrà vent'anni si avvicina,mi guarda e giura che " se Jaio fosse ancora vivo tirerebbe le palline al parroco".Poi le bare vengono portate via. Jaio va al cimitero di Lambrate,Fausto torna nella sua Trento.Le persone si accalcano in via Mancinelli dove i mazzi di fiori sono diventati un grande ammasso colorato.Si fischietta l'Internazionale e la canzone che ricorda i morti di Reggio Emilia.Passano con gli striscioni,gli operai della Fiat Mirafiori,i gonfaloni del Comune,della Provincia,della Regione.Finito di sfilare se ne vanno.Rimangono i ragazzini e i militanti dei gruppi che si infilano in corso Buenos Aires,poi percorrono corso Venezia e arrivano a piazza San Babila.Duemila persone si trovano improvvisamente davanti alla sede della Camera del Lavoro,in Corso di Porta Vittoria.Una ventina i giovani corre avanti e sale gli scalini.Esce il servizio d'ordine del sindacato,volano pugni,spintoni.La Cgil chiude il cancellone di ferro.I ragazzi gridano:"Ieri per Moro eravate qui,oggi dove siete buffoni del Pci".Cresce la tensione ma all'improvviso i dirigenti dei gruppi riescono ad allontanare il corteo.La manifestazione finisce mentre le radio di movimento continuano il tam tam fatto di notiziari e musica sinfonica.Passano pochi giorni e le Brigate Rosse emettono il loro comunicato numero 2."I proletari hanno dimostrato anche a Milano di saper scegliere i propri amici dai propri nemici,i propri interessi da quelli dei padroni.

La manifestazione dei 40 mila dello sciopero per Moro,organizzata intorno alle forze reazionarie come la Dc,ha avuto giusta risposta da 100 mila proletari in piazza per la morte dei compagni Fausto e Iaio,assassinati dai sicari del regime".Ma i giovani del Leoncavallo non ci stanno.Da un comunicato del Centro Sociale."Respingiamo l'uso strumentale dei due compagni da parte di un gruppo che ha scelto di inserirsi organicamente nella strategia della tensione".Franco Bonisoli faceva parte della direzione delle Brigate Rosse.Il fatto se lo ricorda bene."Noi eravamo in via Montenevoso 8 da diversi mesi.Facevamo una vita naturalmente riservata.Avevamo l'appartamento da molto prima del rapimento Moro.Era il nostro quartiere generale. L'omicidio di Fausto e Iaio ci scosse non poco.Mi aveva sorpreso la potenza di fuoco di chi sparò in via Mancinelli.Pensai subito che fossero fascisti".Lo chiamo al telefono che è sera.Una domanda mi viene spontanea."Lei sapeva che Fausto Tinelli abitava in via Montenevoso 9,al primo piano,esattamente davanti alle tre finestre dell'appartamento covo delle Brigate Rosse?".Dall'altra parte della cornetta c'è un attimo di silenzio."Proprio non lo sapevo.Noi facevamo una vita ritirata,non sapevamo niente di quello che accadeva in quel quartiere".

ALL'OMBRA DELLA MADONNINA

Il Casoretto assomiglia più a un grande paesone che a un quartiere di una città.Gli abitanti si conoscono,si trovano al mercato mentre vanno a far compere,con i sacchetti della spesa.Le donne chiaccherano nei negozi vicini a Piazza San Materno,gli uomini nei bar a giocare le carte per ore,dopo il lavoro,i ragazzi si divertono come possono.Convivono case di ringhiera e palazzoni costruiti nel dopoguerra.E' facile vedere,in quelle sere d'estate,vecchietti parlottare con la sedia fuori dall'uscio di casa.E' un pezzo di vita popolare di Milano.La sinistra ha sempre ritrovato le proprie origini ma negli anni Settanta avviene la lacerazione.Mentre molti offrono le proprie speranze elettorali al Pci, tra i giovani nasce il malcontento e inizia la rottura.Prendono forma in breve tempo decine di luoghi frequentati da militanti della sinistra non convenzionale:Centro Sociale Leoncavallo,Collettivo Casoretto,casa occupata di via Pasteur. Un eruzione sociale. C'è un clima che favorisce l'insediamento di sei appartamenti utilizzati da militanti delle Brigate Rosse e Prima Linea.La cartina che verrà pubblicata nel libro del generale Vincenzo Morelli,"Anni di Piombo",è' l'esatta fotografia di cosa accadeva in quella zona tra il Casoretto,Porta Venezia e Lambrate.Il covo di via Montenevoso 8 e' lì da un bel pezzo.Almeno se si deve dar retta ai brigatisti nelle deposizioni davanti alla Commissione Parlamentare Moro.Vi trovarono il 1 ottobre di quell'anno le carte di Aldo Moro.Vengono arrestati Nadia Mantovani,Lauro Azzolini,Antonio Savino,Biancamelia Sivieri,Paolo Sivieri,Maria Russo,Flavio Amico,Domenico Gioia .C'è anche Franco Bonisoli.Lo chiamo,voglio sapere qualcosa di più. Così prende fiato e mi racconta che "l'appartamento venne comprato alcuni mesi prima del rapimento Moro anche se non sentivamo la morsa degli inquirenti che indagavano su di noi".L'intestatario dell'appartamento è il ragioniere Domenico Gioia.E' lui,almeno formalmente,il proprietario:in realtà aveva firmato solo il compromesso e pagato solo il 70% del prezzo stabilito con il precedente inquilino, Rocco Lotumolo("La tela del ragno,Sergio Flamigni,edizioni Kaos).Secondo il generale Morelli che condusse le operazioni in via Montenevoso,"il covo era situato in una zona di Milano molto abitata(oltre 100 mila abitanti),popolare ed operaia,a due passi dalla stazione di Lambrate,confinante con l'aeroporto di Linate ed a brevissima distanza dalla trangenziale ovest e quindi dall'imbocco delle autostrade per Genova,Bologna,Torino,Venezia;una zona ricca di fabbriche e pullulante di collettivi dell'Autonomia,allora veri serbatoi del terrorismo".

Sul ritrovamento del covo brigatista esistono almeno tre versioni.Quella ufficiale dice che "è un borsello smarrito a Firenze dal br Lauro Azzolini nel luglio 1978,la traccia che porta i carabinieri della sezione speciale anticrimine di Milano ad individuare via Montenevoso 8".Secondo il tenente colonnello Nicolò Bozzo(uno dei più importanti collaboratori del generale Dalla Chiesa)"l'operazione prende il via nel luglio 1978,l'input arrivò a Milano con un rapporto dei carabinieri di Firenze,i quali su un mezzo pubblico avevano trovato un borsellino di cui un terrorista si era liberato alla vista dei militari"(testimonianza tratta dalla Repubblica del 21 ottobre 1990).Il generale Dalla Chiesa afferma che"tutto era nato da un lavoro svolto sul borsello di Azzolini".Una vecchietta lo ritrova e lo consegna al conducente di un tram.Apre e vede dentro una pistola così si affretta a portarlo alla stazione dei carabinieri di Castello di Firenze.Si mette in moto la sezione anticrimine di Firenze che invia il brigadiere Negroni a Milano per stabilire,attraverso i documenti sequestrati ,qualcosa che potesse condurre al proprietario del borsello.Secondo Dalla Chiesa"una serie di appostamenti condussero verso l'agosto 1978 a stabilire che Azzolini entrava e usciva da via Montenevoso8"(Commissione Parlamentare Moro,volume 9,pagina 226).La seconda versione è del generale Morelli."Le investigazioni presero l'avvio da un mazzo di chiavi trovate occasionalmente a Firenze verso i primi di luglio 1978 su un autobus,erano state perdute da un rapinatore di una banca che aveva terrorizzato i passeggeri ed era scomparso a bordo di una vespa rossa:La sezione anticrimine della città toscana inviò le chiavi alla Legione di Milano che condusse le indagini.Una vespa rossa venne trovata in zona Lambrate mentre una delle chiavi rinvenute a Firenze entrava perfettamente nella toppa dell'edificio di via Montenevoso 8".La terza e ultima versione la fornisce il maggiore Valentino Fortunato,comandante del Reparto Operativo dei carabinieri di Milano.La sua testimonianza è differente da quella offerta da Dalla Chiesa e Morelli."Durante il servizio di vigilanza all'interno della stazione della Metropolitana di Lambrate,il personale aveva notato un giovane non solo per il borsello rigonfio portato a tracolla ma anche perché aveva lasciato transitare senza salirvi almeno tre convogli diretti verso il centro città.Il 23 settembre 1978 Azzolini veniva notato provenire da via Monte Nevoso.(Commissione Parlamentare Moro volume 34,pagine 466/467).

Fausto Tinelli abita in via Montenevoso 9,al primo piano.Proprio davanti al balcone dell'appartamento dei brigatisti.Salgo le scale dell'appartamento dove vive Danila Angeli,in Tinelli,la madre.Mi accompagna in sala,dove Fausto dormiva in un divano letto.Apro la porticina ,in fondo c'è la finestra ,la spalanco e noto che la vicinanza con l'appartamento è minima,meno di dieci metri.Stando seduto riesco a vedere perfettamente cosa accade nell'ex covo brigatista ora messo all'asta dall'Autorità Giudiziaria.Scorgo le sagome delle persone.Via Montenevoso è una strada stretta. D'agosto la città è vuota.Riesco perfino ad ascoltare le voci che provengono dalla casa di fronte. Danila mi indica il punto dove era messo il letto,a quel tempo."Fausto dormiva qui,il letto era per il largo della stanza ,la testa era rivolta verso la finestra.Passava delle ore a leggere libri,sempre con le ante aperte.Poteva aver visto qualcosa?"La madre Danila mi fa sedere.Sento che deve dirmi una cosa importante che non ha mai raccontato a nessuno.Lo capisco da come mi guarda e mi osserva ,come se stesse cercando le mie intenzioni.Si deve fidare,gli do tempo. Così inizia un racconto.Sono cose accadute tra gennaio e febbraio 1978."Ben prima del rapimento Moro,il 16 marzo 1978 e dell'omicidio di mio figlio notai che all'ultimo piano del mio edificio c'era uno strano movimento di persone.Salivano anche con pacchi voluminosi.Accadeva sempre di sera e di notte. C'era gente che andava anche sull'antana a ridosso del tetto.Seppi più tardi che carabinieri e servizi presero l'appartamento per controllare via Montenevoso 8.Lo seppi naturalmente dalle cronache giornalistiche dopo il ritrovamento del covo delle Br .Era un monolocale,ci abitava una famiglia da molti anni.Gli diedero uno sfratto d'urgenza e in tre mesi se ne andarono.Di quella famiglia non seppi più niente,sparita,volatilizzata".L'appartamento "osservatorio" in via Montenevoso 9 esiste davvero . Sergio Flamigni,ex senatore comunista,scrive nel suo libro "La Tela del ragno" che"da un monolocale in affitto situato nell'edificio davanti il numero 8 di via Monte Nevoso,un sotto ufficiale controlla i movimenti".Il generale Morelli conferma il particolare.Sempre in "Anni di piombo" mette nero su bianco la sua testimonianza."Venne deciso di prendere in affitto un monolocale nell'edificio prospiciente quello sospetto.Il contratto di locazione semestrale venne sottoscritto da un sottufficiale dei carabinieri che si qualificò come impiegato privato.Da tale appartamento egli iniziò un attento lavoro di osservazione,usando con molta circospezione,intelligenza e bravura,sofisticati apparati fotografici,muniti di moderni teleobiettivi".

Danila Tinelli va avanti con il suo racconto mozzafiato."Fausto è stato ammazzato perché aveva visto qualcosa che non doveva vedere,un fatto,un particolare anche banale.Le sue paure me le aveva confessate pochi giorni prima di morire.Negli ultimi giorni registrava decine di bobine con un vecchio Grundig.Dopo l'omicidio portammo la bara di Fausto nel cimitero di Trento.Al ritorno trovammo la nostra casa messa sotto sopra.Erano entrati senza scasso".Il fatto viene descritto minuziosamente nel dossier di Umberto Gay e Fabio Poletti del marzo 1988."Mentre i familiari di Fausto si trovano a Trento dove hanno seppellito il giovane,si verifica un fatto inquietante.La vicina del pianerottolo, un tardo pomeriggio, sente dei rumori.Sa che nell'appartamento di Tinelli non c'è nessuno e ,incuriosita,si mette a sbirciare dallo spioncino.Nota sul pianerottolo degli uomini che aprono la porta ed entrano nell'appartamento.In un primo tempo racconterà che erano persone in divisa:in seguito si sentirà di confermare che erano muniti di torce.Sta di fatto che quando Danila Tinelli rientra a Milano scopre che sono scomparsi proprio i nastri su cui Fausto registrava i risultati di un'indagine sullo spaccio di eroina nel quartiere.Non manca nient'altro,solo i nastri,la porta d'ingresso non risulterà essere stata forzata. All'epoca a Danila Tinelli non erano stati restituiti gli effetti personali di Fausto,fra cui le chiavi di casa".

Danila descrive un altro particolare."Mi sono ricordata che la vicina di casa disse inizialmente che gli uomini che entrarono nel mio appartamento portavano un giaccone come quello dei carabinieri ma davanti al magistrato ritrattò tutto.Una mattina vado al mercato.Mi avvicina una signora sui cinquant’anni,mai vista in quel quartiere.Racconta che nei giorni precedenti alla morte di Fausto e Iaio via Montenevoso era piena di uomini dei servizi segreti,forse del Sismi,che vedeva strani movimenti di appostamento,che voleva parlarmi ma non aveva mai trovato il coraggio.Anche questa donna poi è sparita ,sarei in grado comunque di riconoscerla".

Il ritrovamento di quell'appartamento avviene ufficialmente tra luglio e agosto 1978 ma Danila sostiene che ciò accade prima del rapimento Moro,intorno a gennaio e febbraio. Forse è bene chiedere lumi a chi ha indagato sul caso Fausto e Jaio."La pista che porta al covo di via Montenevoso è inesistente- mi dice il sostituto procuratore Armando Spataro che per primo iniziò le indagini sulla morte dei ragazzi del Casoretto- I dati ufficiali corrispondono a quelli reali.E' impensabile che carabinieri o servizi avessero scoperto il covo prima del rapimento.Credo invece che il duplice omicidio sia un fatto voluto dalla destra romana e da ambienti legati alla criminalità organizzata".Franco Bonisoli della Direzione Strategica delle Brigate Rosse è convinto che la versione ufficiale sia quella vera."Non risulta che ci avessero individuati prima del rapimento Moro.Notai invece movimenti strani a partire dall'agosto 1978. Luigi Cipriani era un parlamentare di Democrazia Proletaria.Si è battuto in Commissione Stragi perché venisse a galla tutta la verità sul rapimento Moro.Ora è morto ma le sue carte sono tutte conservate . Michela Cipriani sua moglie,mi dice:"Mio marito non era convinto da nessuna delle versioni circolanti sull’affare Moro.La sua ipotesi era che il sequestro ebbe due fasi,la seconda delle quali giocata dalla Banda della Magliana,mossa dal potere politico che,per motivi internazionali e interni,voleva impedire la liberazione dell’ostaggio e la divulgazione del memoriale.Lui non credeva alla firma dei brigatisti,pensava fossero stati,di fatto,estromessi".Luigi Cipriani si era fatto anche un’idea sull’omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.Dice Michela:"Subito dopo la morte di Fausto e Jaio,Luigi disse ai compagni che questo evento poteva avere un significato politico,che occorreva chiarire.Tempo dopo,mi disse di ritenere che i due compagni del Leoncavallo,impegnati nella controinformazione sullo spaccio di droga,si fossero imbattuti in qualcosa di molto più grosso di loro e senz’altro più grosso del piccolo spaccio.Pensava a un mix di trafficanti,fascisti e al sottobosco dei servizi segreti".Umberto Gay ricorda che sul caso del Casoretto,il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani era andato molto vicino alla soluzione."Dopo lunghe indagini non sapevamo dove sbattere la testa.Un giorno mi sono incontrato con Luigi,Cip per gli amici.Lui mi ha fermato.Si è chiesto se mi pareva possibile che quell'omicidio poteva essere un problema di fascistelli di Milano.Se fosse stato così li avrebbero presi in ventiquattro ore,disse.E' vero .il fatto era clamoroso e per polizia e magistratura sarebbe stato un bel colpo,si era alla fine degli anni Settanta e gli opposti estremismi erano finiti. Perché non ragionate,mi disse,perché non capite che sulla pelle di quei due,che probabilmente sono stati ammazzati come simbolo o per un fatto marginale, si sono catalizzate altre cose che con Milano c'entravano poco o nulla.Ebbene il fatto è andato proprio così,riguardava quella parte della città ma non tanto i fascisti in sé,quanto il mercato di spaccio dell'eroina che in quel momento era in mano a ex fascisti e malavitosi dichiaratamente colorati di destra;era un rapporto che riguardava una fetta impazzita dei Nar di Roma con cui questi erano in contatto per traffici e azione politica. Cipriani aveva ragione.Non si era occupato a fondo dell'omicidio ma sapeva perché la chiave di lettura era vincente".(Tratto da "Quel Marx di San Macuto,Autori vari,Fondazione Luigi Cipriani")

Il 1978 è un anno caldo per Milano.Solo nella zona Lambrate sono presenti sei appartamenti di uomini delle Br e Prima Linea:via Montenevoso8,via Buschi27(una tipografia scoperta il 1 ottobre ),via Negroli 30/2(il primo indirizzo di Corrado Alunni e della sua compagna Marina Zani),via Melzo 10(il secondo appartamentodi Alunni)via Olivari 9 e via Pallanza 6(scoperte il 1 ottobre).Durante il rapimento Moro quel quartiere viene sorvegliato a vista dagli apparati dello stato,ogni angolo è blindato,si contano decine di posti di blocco,soprattutto alle entrate delle tangenziali di Lambrate e Rubattino. Aldo Granuli realizza una perizia per il sostituto procuratore di Milano Stefano Dambruoso. Scrive:nel 1998"Si esclude che Fausto Tinelli possa aver visto qualcosa ma la doppia coincidenza (via Montenevoso e l’omicidio a due giorni dal rapimento Moro) resta un inquietante punto irrisolto. Il comportamento delle Br è inusuale come quel documento in cui si rende onore a Fausto e Jaio."

Anche sull'altro fronte qualcosa si muove. L'ambiente della destra extraparlamentare è in subbuglio.Nella città i fascisti hanno un peso organizzativo e politico scarso ma non per questo insignificante:neppure le posizioni dei duri fedeli a Pino Rauti,in larga maggioranza nell'allora Movimento Sociale e Fronte della Giovenù,riescono ad ampliare il consenso.Nonostante ciò si verificano fatti nuovi:il Msi organizza dopo anni di silenzio alcune iniziative contro la giunta di sinistra, moltiplicando i tentativi di propaganda: lancia con Rauti la parola d'ordine dell'"opposizione al regime Dc-Pci".Il partito cambia strategia e si rivolge ai giovani,alle donne,alle fasce socialmente più emarginate,soprattutto nel centro-sud.Crea i "Movimenti di giovani disoccupati",scimmiotta i festival di Re Nudo attraverso le esperienze dei campi Hobbit,riprende i testi di Jiulius Evola.Convive una doppia anima:quella politica,alla luce del sole,quella che propugna la rivoluzione armata contro lo stato.Nei quartieri popolari di Milano gruppi di fascisti cercano appoggi nella malavita comune e nella criminalità organizzata.La zona di Lambrate è senz'altro uno dei punti di maggior radicamento degli elementi di destra a Milano.Sono presenti in diverse scuole come il Gonzaga,l'Openheimer,lo Studium e dispongono di gruppetti organizzati in via Negroli e Piazza Adigrat.Quelle strade tra via Padova e via Porpora vedono allacciare i rapporti tra fascisti e malavita organizzata.Nel quartiere del Leoncavallo ci sono bar,locali pubblici dove il connubbio si esprime fino al paradosso." E' il caso del bar Adriana,riferimento per Rodolfo Crovace detto Mammarosa e del Mokito bar di via Porpora,frequentato da Samuele Judica,trafficante di eroina nelle zone Lambrate e Venezia,dove agisce il suo braccio destro,uno spacciatore meticcio soprannominato Barry"(tratto dallo speciale della Sinistra del 10/3/1979).

La malavita milanese e' una fonte di finanziamento e di rifornimento di armi per le organizzazioni terroristiche di destra.Non c'è settore della delinquenza che non veda in qualche modo coinvolti elementi vicini a quegli ambienti. C'è inoltre un interscambio nella gestione dell'organizzazione dei sequestri,rapine,prostituzione,traffico delle armi e della droga.Spesso personaggi della criminalità milanese sono usati come fonte di manovalanza per azioni violente.Gli esempi non mancano:i rapporti tra Vallanzasca e Concutelli(nell'omicidio del giudice Vittorio Occorsio),il sequestro organizzato in Puglia dal deputato di Democrazia Nazionale,Manco;la tentata rapina in cui perse la vita Umberto Vivirito,presente a Pian del Rascino prima della sparatoria con i carabinieri in cui perse la vita Giancarlo Esposti;il caso di Sergio Frittoli,esponente di primo piano della Giovane Italia e del Fronte della Gioventù,arrestato nel 76 per rapina a mano armata in alcune gioiellerie di San Remo;il movente dell'omicidio di Olga Julia Calzoni,uccisa da Invernizzi e De Michelis nel corso di un fallito tentativo di sequestro."Si può affermare che la forte conpenetrazione tra squadrismo fascista e malavita è uno dei dati caratteristici della città di Milano:in alcune zone in particolare questo legame è talmente forte da fungere di supporto valido per l'attività del Msi e dei suoi gruppi collaterali.La metropolitana che esce da Milano in zona Lambrate e prosegue verso l'Adda è diventata una delle linee di sviluppo dello spaccio di droga in provincia.Quasi tutte le stazioni sono frequentate da piccoli o medi rivenditori,soprattutto di eroina i cui clienti provengono in genere da Cernusco,Cologno,Pioltello e Gorgonzola"(La Sinistra 1979).La Questura di Milano accerta che fascisti come Rodolfo Crovace,detto Mammarosa,Adriano e Lucio Petroni,Samuele Judica e Riccardo Manfredi hanno a che fare con lo spaccio di eroina medio,grande.In particolare nella zona circostante il Centro Sociale Leoncavallo,i fascisti del quartiere sono riusciti a istallarsi in alcuni locali pubblici come il bar tabacchi di Piazza Udine .C'è un doppio livello. I gruppi della destra terroristica hanno bisogno di denaro contante per finanziare le attività illecite,la malavita offre supporti,armi.

Il clima delle settimane che precedono l'omicidio dei ragazzi del Casoretto sul fronte della droga è surriscaldato.Si organizzano iniziative contro il grande spaccio di eroina:piovono denunce,dossier,libri bianchi. Nell'area dell'Autonomia e nei principali Centri Sociali nasce l'idea di un grande dossier che proponga la mappa dello spaccio a Milano,i bar,le alleanze,nomi e cognomi.Nei quartieri ragazzi in incognita raccolgono dati preziosi.E' una straordinaria rete sotterranea composta prevalentemente da ragazzini coordinati a livello centrale da una redazione di sei persone.Fausto e Iaio ne fanno parte ma forse non conoscono neppure i committenti .Il Centro Sociale Leoncavallo assume l'iniziativa."Fausto Tinelli raccoglieva notizie tra i farmacisti-ricorda Umberto Gay-Contando le siringhe vendute si poteva risalire alla quantità di tossicodipendenti presenti in zona,alle loro abitudini,ai grammi di eroina venduta e infine al business degli spacciatori".Fausto infatti registra attraverso il suo Grundig notizie che riguardano lo spaccio ma anche altri fatti .Il loro lavoro prosegue da settimane.Alcuni testimoni li scorgono impegnati a raccogliere informazioni nella zona del Parco Lambro dove i Nar hanno un punto d'appoggio certo:la carrozzeria Luki di via Ofanto.Cosa potevano aver scoperto?Forse qualcosa di grosso.E' il quotidiano Lotta Continua di venerdì 9 marzo 1979 a ricordare che" Fausto e Jaio avevano casualmente scoperto che lo spaccio di eroina in zona Lambrate era in mano ad una sacra alleanza tra la banda di Francis Turatello e i fascisti direttamente legati a Servello".

Il dossier del Centro Sociale Leoncavallo e dei Collettivi Autonomi esce davvero. E' un volume di un centinaio di pagine."Dossier Eroina,nomi e indirizzi,a cura dei collettivi comunisti autonomi,Centro di lotta e informazione contro l'eroina."E' dedicato a Carletto Sponta ,un ragazzo ucciso dagli spacciatori .Lo sfoglio."L'eroina è vicina,il movimento,quello ufficiale se ne è accorto in ritardo.Le analisi sulla crisi economica,i dibattiti sull'organizzazione,sulla classe non hanno lasciato vedere che giorno dopo giorno una larga fascia di giovani scompariva dalle assemblee,dalle piazze,dai sacri templi del culto dell'ideologia".Le pagine riportano a quegli anni.Alcune parti di quel dossier sono state scritte anche attraverso le fonti e le informazioni di Fausto e Jaio.Si parla dell'eroina,della diffusione degli oppiacei nel mondo occidentale.Ci sono tabelle dettagliate sulla produzione del mercato legale e clandestino e la descrizione del viaggio degli stupefacenti in Italia,tramite Tir,tra l'Iran e l'Europa.Chi muove le fila di tutto ciò ?.L'inchiesta invita alla riflessione."A nostra disposizione sono solo sospetti sull'attività di rispettabili personaggi ben coperti da regolari traffici commerciali tipo import export,di cui si può dall'esterno osservare l'aumento vertiginoso ed inspiegabile del tenore di vita e qualche agente delle tasse trasferito perché troppo curioso.Nella perquisizione eseguita nel novembre scorso presso la sede del centro di lotta contro l'eroina,i poliziotti trovarono una lista di nomi di spacciatori su cui si stavano svolgendo delle indagini accurate,si misero a ridere affermando di conoscere gente più potente".Ha inizio una lunga sequela di nomi e cognomi,indirizzi ordinati in modo alfabetico.Contiene un gran numero di fotografie e didascalie dei principali bar dove si vende eroina e tuttavia è incompleto.La sensazione che qualcosa manchi è evidente. Così scopro che il libro bianco è uscito con sei pagine in meno.Dovevano esserci nomi di spacciatori con forti legami internazionali,bande grosse in contatto con narco trafficanti sudamericani ed europei.Sarebbe stato difficile sostenere le eventuali ritorsioni di tipo strettamente militare.Il giro era quello di Piazza Aspromonte.Il controllo e 'dei sudamericani.Intanto Francis Turatello e' diventato il vero boss di Milano,era subentrato nella gestione del territorio a Renato Vallanzasca".Il settimanale Avvenimenti del 3 novembre 1993 sostiene la tesi che a uccidere Fausto e Jaio fu " il più vasto intreccio tra eversione di destra,mercato dell'eroina e delle armi,servizi".Ne è consapevole Carmine Scotti,ora alla Digos di Cremona,tra i primi ad indagare sul caso di Fausto e Jaio."Gli spacciatori non li avrebbero mai uccisi nel luogo più pericoloso,vicino al centro sociale Leoncavallo -dice- Anche chi spaccia non poteva uccidere in quel modo". Armando Spataro,membro del Consiglio Superiore della magistratura,ne è convinto."Non potevano essere solo spacciatori di eroina. C'era dell'altro.Le prime indagini si erano mosse proprio in questa direzione ma ben presto mi accorsi che era un omicidio politico,dove la costruzione del libro bianco del Leoncavallo c'entrava poco o nulla".

INDAGINI PARALLELE

La strada è ancora ricolma di gente che si guarda stupita,con gli occhi intrisi di lacrime,rabbia e disperazione. Lì,tra i fiori e i bigliettini, si aggirano i cronisti che tutto vogliono sapere ,i curiosi del quartiere,gli uomini di polizia giudiziaria,il magistrato che condurrà le prime indagini,Armando Spataro,e probabilmente i complici degli assassini. A Spataro bastano poche ore per capire che la pista sostenuta dall'allora capo di Gabinetto Bessone("una faida tra spacciatori")non è credibile."Bisognava seguire la pista dell'omicidio politico-dice il magistrato ora impegnato nei grandi processi contro la mafia nel Nord Italia- Per me era chiaro fin dall'inizio ma non avevamo prove sufficienti per mandare in carcere qualcuno.Abbiamo prestato attenzione a decine di cose,migliaia di particolari,alle contro inchieste di Lotta Continua,della Sinistra,del Quotidiano dei lavoratori.Avevamo inizialmente battuto il sottobosco dello spaccio di eroina ma mi convinsi che l'omicidio maturava altrove,a Roma,negli ambienti dei fascisti militarizzati".Le cose non vanno così perché pochi minuti dopo l'omicidio del Casoretto la polizia si indirizza in tutt'altra direzione.Per gli uomini di via Fatebenefratelli,sede della Questura, Fausto e Jaio potrebbero aver partecipato attivamente alla stesura del libro bianco sul mercato dell'eroina a Milano,composto da alcune forze dell'Autonomia Operaia:per questo sarebbero stati individuati e uccisi da chi controlla il racket. Un'altra voce diffusa all'interno della polizia sussurra che i due ragazzi sarebbero coinvolti nello spaccio della droga e sarebbero stati uccisi da rivali e concorrenti provenienti da quell'ambiente.Ipotesi che si rivelano,anche agli occhi degli inquirenti,del tutto infondate.Certo,il loro è un ruolo pericoloso che li fa uscire più volte allo scoperto ma non fanno parte alla realizzazione pratica del dossier,né erano conosciuti come i promotori ufficiali dell'iniziativa.Non è neppure credibile che i due siano stati colpiti dal racket perché rappresentanti del Centro Sociale Leoncavallo in quanto era estraneo al libro,promosso invece solo da alcuni settori dell'Autonomia Operaia,i Collettivi Comunisti autonomi e il Centro lotta all'eroina.In molti si domandano perché organizzare a Milano una ritorsione così efferata e crudele,contro due ragazzini,in risposta a un dossier che in realtà è composto per metà da notizie note,come gli elenchi degli spacciatori fermati e arrestati, e per l'altra da dati non completi. Umberto Gay mi racconta che "il vero libro sul mercato dell'eroina doveva essere un'altro".Angelo Brambilla Pisoni,ex responsabile di Lotta Continua conferma l'intuizione."Mancava tutto il tracciato sul grande spaccio con legami internazionali e coperture politiche.Di quelle sei pagine che potevano offrire uno scenario più inquietante non se ne sa più nulla".

La Digos predilige la pista del legame fra le due vittime e il mondo della droga ; interroga gli amici di Fausto e Jaio,tentando una ricostruzione degli ambienti frequentati dai ragazzi e le persone incontrate il giorno dell'omicidio.Si cerca lo scandalo a tutti i costi:circola la voce che Fausto e Jaio usassero di tanto in tanto droghe leggere,fumassero spinelli ma l'autopsia sul corpo delle giovani vittime smentisce che facessero uso di eroina e altre droghe,anche leggere.La tesi del delitto provocato da diatribe tra piccoli spacciatori è a dir poco fuori luogo.Infatti tutte le testimonianze raccolte dagli inquirenti escludono che Fausto e Jaio stessero parlando agli assassini prima di essere uccisi,che la sparatoria fosse avvenuta in seguito ad una violenta discussione.Il breve scambio di frasi che precedono la sparatoria fa pensare ad una provocazione,ad uno stratagemma per accertarsi di non aver sbagliato obiettivo.Inizia l'inchiesta dell'autorità giudiziaria ma accanto a quelle ufficiali nascono tante piccole controinchieste di giornalisti come Umberto Gay e Mauro Brutto,delle redazioni delle principali testate della sinistra extraparlamentare.Sono indagini parallele,non sempre coincidenti.

Gli agenti di Ps si recano pochi giorni dopo il 18 marzo al liceo artistico di via Hajech,la scuola frequentata da Fausto Tinelli,scardinano l'armadietto e non trovando nulla sequestrano alcuni disegni,forse scambiati erroneamente per utili indizi alle indagini.Ma la Questura batte anche altre strade:la faida nelle forze della Nuova Sinistra.La tesi viene accennata timidamente il 19 marzo,poi ripresa da alcuni quotidiani come Il Giornale allora diretto da >Indro Montanelli e Il Secolo d'Italia,organo del Msi.L'ipotesi viene sostenuta con forza."I due killer fuggono nel Centro Sociale attraverso la porta secondaria di via Mancinelli all'altezza del numero 21".In realtà,come si è dimostrato,la direzione scelta per la fuga,via Leoncavallo,è la più logica visto che in Piazza San Materno molti locali pubblici sono aperti a quell'ora.Inoltre gli assassini sapevano che il Centro Sociale e' chiuso:apre solitamente poco prima delle nove e anche quella sera il portone si spalanca per il concerto di blues intorno alle 20,50. Umberto Gay e Fabio Poletti nel loro dossier danno un giudizio duro sullo svolgimento delle indagini." Furono condotte per poco tempo e in modo contraddittorio.Poco tempo perché,in quel periodo,gli interessi e le forze degli inquirenti erano investite sul fronte della lotta armata;in modo contraddittorio perché,come sempre accade,non vi fu alcun coordinamento fra polizia e carabinieri.Di conseguenza sul tavolo dei magistrati arrivavano pochi dati che a volte si annodavano tra loro".Il funzionario Carmine Scotti."Il mio lavoro l'ho dato tutto a Spataro.Lì c'erano fatti,nomi,cognomi,intuizioni.Lui emise due avvisi di garanzia nei confronti di militanti del neofascismo romano".Ventiquattro ore dopo gli spari di via Mancinelli giungono le prime rivendicazioni di chiara marca fascista.Alle 21,30 l'Ansa riceve una telefonata da una cabina di Piazza Oberdan;porta la firma del "gruppo armato Ramelli".Il messaggio è breve,secco,fulmineo."Sergio Ramelli gridava vendetta,ieri è stato vendicato".Il 22 marzo,di mattina,ore 8,25 squilla di nuovo il telefono dell'Ansa di Roma.Telefonano i "Gruppi Nazionali Rivoluzionari".Dicono che "mentre si celebrano i funerali rivendicano l'eliminazione dei due giovani di Lotta Continua avvenuta per vendicare l'uccisione dei nostri camerati".Il 23 marzo alle 21,30,in una cabina telefonica di via Leone IV a Roma,la polizia rinviene un volantino in triplice copia dell'Esercito Nazional Rivoluzionario,Brigata Combattente Franco Anselmi" che rivendica il duplice omicidio.E' scritto con una macchina elettrica,porta un simbolo nuovo come intestazione una runa celtica in un cerchio con le iniziali ENR."Sabato 18 marzo una nostra brigata armata di Milano ha giustiziato i servi del sistema Tinelli Fausto e Iannucci Lorenzo.Con questo gesto vogliamo vendicare la morte di tutti i camerati assassinati dagli strumenti della reazione e della sovversione.Noi non crediamo nella lotta comunista contro lo Stato,perché,avendo tutte le forze di sinistra la medesima mentalità di questo sistema,esse sono solamente i servi di questo regime.E' quindi per questa ragione che l'unica forza veramente rivoluzionaria è rappresentata dall'estrema destra.Sappiano i sovversivi che non riusciranno ad eliminarci:da questo momento cominceremo ad agire,nulla ci potrà fermare;siamo stanchi di piangere i nostricamerati.Falvella,Ramelli,Zicchieri,Mantakas,Ciavatta,Bigonzetti,Recchioni marciano nelle nostre file e gridano vendetta.Viva la rivoluzione fascista,morte al sistema e ai suoi servi,onore ai camerati assassinati dal Fronte Rosso e dalla reazione".E' la prima volta che l'Esercito Nazionale Rivoluzionario,Brigata Combattente Franco Anselmi rivendica un'azione armata.Ma non sarà l’ultima. Il nome di Franco Anselmi ricorre sovente:lui è un militante dei primi Nar ucciso lunedì 6 marzo 1978 dall'armiere romano Danilo Centofanti mentre tentata di effettuare una rapina in compagnia di Giusva Fioravanti,Cristiano Fioravanti,Alessandro Alibrandi.I terroristi tornano a colpire qualche anno dopo con una rivendicazione analoga. I Nuclei Armati Rivoluzionari -Gruppo di fuoco Franco Anselmi uccidono la mattina del 21 ottobre 1981 il capitano di polizia Francesco Straullu,in servizio alla Digos di Roma e del suo autista,la guardia scelta Ciriaco Di Roma.Le indagini accertano che a compiere l'azione sono Francesca Mambro,Gilberto Cavallini,Giorgio Vale,Stefano Soderini ,Alessandro Alibrandi e Walter Sordi.Il comunicato con cui la Brigata Franco Anselmi rivendica l'omicidio di Fausto e Jaio viene analizzato dagli inquirenti.Nelle prime righe c’è un primo tentativo di depistare le indagini.Si parla di "brigata armata di Milano" anche se terroristi di destra e di sinistra, nelle rivendicazioni scritte non evidenziano mai la città da cui provengono le azioni.Si scrive Milano, così i magistrati pensano che l'omicidio nasca lì mentre invece i mandanti e gli esecutori sono altrove.

Inoltre si sottolinea di "non credere nella lotta contro lo Stato",accettando una logica di spontaneismo armato proprio in antitesi con quella parte del l'ambiente neofascista che sviluppa in quegli anni una teoria opposta ,di lotta armata contro giudici,magistrati,poliziotti,carabinieri.Sembrerebbe un messaggio interno all'allora nascente Movimento Rivoluzionario di chiaro stampo fascista.Infine si scrive a chiare lettere che "L'unica forza veramente rivoluzionaria è rappresentata dall'estrema destra". Un avvertimento a Brigate Rosse e Prima Linea che proprio nel quartiere Casoretto avevano basi strategiche e gruppi di supporto logistico e politico.Il documento è interessante soprattutto nella parte finale."Da questo momento cominceremo ad agire e nulla potrà fermarci".Dal 18 marzo 1978 inizia infatti l'escalation dei Nuclei Armati Rivoluzionari,con centinaia di omicidi,ferimenti,azzoppamenti,attentati.Queste intuizioni saranno confermate da Aldo Gianuli,consulente incaricato di compiere una perizia nel 1998 per conto del sostituto procuratore di Milano Stefano Dambruoso. Scrive Granuli:"Chi ha scritto quella rivendicazione era un gruppo minoritario di estrema destra che intendeva contrastare la linea di apertura con la sinistra. La motivazione della rappresaglia regge poco. Il volantino sembra sconvolgere quell’avvicinamento con la sinistra.Si è considerato che il volantino sia autentico ma non veritiero,che sia stato scritto da un’organizzazione per farsi pubblicità. Chi scrisse quel documento lo fece per scopi diversi da quelli dichiarati. Ha inteso depistare chi indagava fornendogli elementi falsi. Per quanto riguarda il simbolo c’è da ricordare che i Nar firmavano con la folgore frecciata mentre qui c’è quello para-runico,già utilizzato nel ’69 da Antonio Fiore del gruppo barese di Avanguardia Rivoluzionaria,amico di Massimo Carminati che aveva già militato in Avanguardia Nazionale." Il nome di Franco Anselmi compare a fianco dei Nar per almeno quattro anni. A Roma in due rapine in armerie tra il ’79 e l’80. A Napoli,il 5 aprile 1980 con l’attentato al direttore del manicomio giudiziario di Sant’Eframo. A Venezia,pochi giorni dopo la strage di Bologna,per scagionare Marco Affatigato. A Roma,con le esecuzioni di Luca Peducci e Marco Pizzari,militanti di Terza posizione sospettati di infamia e tradimento. A Milano,Padova e Roma tra l’80 e l’81 con l’uccisione in scontri a fuoco di due carabinieri,un poliziotto e due agenti. Nell’uccisione del capitano Straullu.Un livello militare alto,inserito all’interno della destra eversiva.

Le indagini sono incalzanti.Ognuno continua una propria investigazione.Lotta Continua pubblica a puntate la ricostruzione e il movente del duplice omicidio.Stessa cosa viene realizzata dal giornale La Sinistra che va in edicola con un grande speciale.Il Quotidiano del Lavoratori si convince che l'assassinio è politico.Parallelamente la Questura imbocca la pista fascista.Lo fa a tappeto.Il 19 marzo perquisisce le abitazioni di Andrea Calvi,Giorgio Franco,Angelo Angeli,Paolo Cattania.Il 23 Marzo tocca a Massimo Turci,dirigente provinciale del Fronte della Gioventù,Umberto Monterosso,Riccardo Berticca e di altri militanti della destra del quartiere come i fratelli Giuseppe e Mario Bortoluzzi,Alfonso Pasquale e Luigi Brusaferri.Il 24 sono perquisite le abitazioni di altri fascisti come i fratelli Giovanni e Pasquale Alfieri,uno di loro sarà arrestato per detenzione abusiva di arma da fuoco,di Calogero Bongiovanni,Sergio Bertazzi,Nicolò Di Primo,Claudio Cereda,Franco Mariani,Andrea Ferrazzi.Lo speciale del quotidiano La Sinistra descrive minuziosamente alcuni particolari agli atti delle inchieste."I fratelli Mario e Giovanni Bortoluzzi,rispettivamente di 19 e 21 anni,sono fascisti legati con la malavita e il traffico della droga nel quartiere. La sera dopo il ritrovamento dei cadaveri di Fausto e Jaio, Mario Bortoluzzi viene notato in compagnia di Marco Barisio.Quando il 23 marzo la Digos si presenta nella sua abitazione con un mandato che porta la firma del sostituto Spataro,gli agenti apprendono con stupore che i fratelli Bortoluzzi sono già stati arrestati dai carabinieri.".Il giorno prima Mario Bortoluzzi e il suo amico Antonio Mingolla cadono con una moto di grossa cilindrata mentre sfrecciano in prossimità di Inzago.Vengono trasportati all'ospedale e viene scoperto ,infilato nella cintura di Mario, un revolver 44 Magnum. Così intervengono i carabinieri di Cassano D'Adda che arrestano i due ragazzi per porto abusivo di arma da fuoco e ordinano la perquisizione nelle loro abitazioni. A casa di Mario rinvengono altre due pistole calibro 7,65 e 6,35,oltre a munizioni,coltelli,armi improprie e una bandiera della Germania nazista.Viene arrestato anche il fratello maggiore Giuseppe. Mario Brutto dell'Unità commenta così gli arresti."Risulta abbastanza chiaro quali siano le due branche dell'inchiesta che operano simultaneamente ma in modo autonomo:da una parte si indaga negli ambienti della criminalità comune e dall'altra in quelli dell'estremismo fascista.Nelle ultime ore il primo tipo di indagine è sembrato quello più probabilmente destinato a raggiungere l'obiettivo ma non si esclude che proprio nelle ultime battute,possa andare a congiungersi con la seconda".Nel frattempo indagini parallele vengono effettuate da un gruppetto di giornalisti che si trovano proprio a casa di Brutto.Cresce la convinzione che l'omicidio di Fausto e Jaio rappresenti qualcosa di più complesso.

Subito interrogati da Armando Spataro,Giuseppe Bortoluzzi e Antonio Mingolla si dichiarano innocenti ed estranei ai fatti contestati mentre Mario rifiuta di rispondere alle domande del magistrato.Gli inquirenti trovano nel Bar Pirata di via Pordenone un impermeabile chiaro di proprietà di Mario Bortoluzzi che secondo le dichiarazioni della titolare del bar sarebbe stato abbandonato nel locale la sera del 20 marzo:Mario dice a Spataro di aver lasciato l'impermeabile nel bar venerdì 17 marzo,il giorno prima dell'omicidio del Casoretto. Gli inquirenti esaminano altre posizioni di militanti dell'estrema destra milanese come Luigi Pasquale Brusaferri,19 anni,a cui il 23 marzo 78 la Digos perquisisce l'abitazione.E' un attivista del Msi,frequenta via Mancini,la sede storica del partito e si impegna nella diffusione del Secolo d'Italia. Nell'aprile del 77 è coinvolto nell'inchiesta sull'omicidio di Gaetano Amoroso e arrestato perché trovato con un coltello a serramanico.La polizia sequestra nella sua casa un giubbotto color nocciola ma Brusaferri afferma di averne indossato uno di color blu di proprietà dell'amico Alfonso Pasquale,scambiato con quello nocciola una settimana prima dell'omicidio di Fausto e Jaio.Viene interrogato Pasquale che conferma la versione di Luigi Brusaferri.Tutti frequentano il Bar Pirata di via Pordenone,un luogo chiaccherato nel quartiere. Sull'utenza del bar il magistrato Armando Spataro ordina le intercettazioni telefoniche.Il lavoro viene affidato agli uomini di polizia giudiziaria dietro regolare richiesta.Per quindici giorni il telefono viene tenuto sotto controllo. Così i poliziotti sentono parlare di impermeabili chiari e ascoltano la voce tremolante di Mario Bortoluzzi che,in stato di fermo dopo che gli sono state trovate armi in casa,telefona al Bar Pirata dicendo di aver bisogno di un avvocato."Trovatemi al più presto un legale"- strilla dall'altra parte del telefono.Bortoluzzi,secondo le trascrizioni degli operatori,parla prima con la signora Natalina Mazzocchi,proprietaria del bar che si lamenta con lui perché un impermeabile di un certo Gigi Cris era stato lasciato nel locale e protesta per un "certo lavoro" avvenuto.

C'è un altro personaggio che entra nei verbali di chi indaga sul delitto del Casoretto.Gianluca Oss Pinter,26 anni,è conosciuto dai gruppi della Nuova Sinistra come un fascista .La sera del 18 marzo si trova in Piazza Durante:avvertito dell'agguato di via Mancinelli si precipita,pure lui, sul luogo del delitto.Sembra confuso e spaventato,quasi temesse ritorsioni da parte dei ragazzi del Centro Sociale e sparisce dalla circolazione in pochi secondi.Poche ore dopo si presenta spontaneamente da Spataro e racconta di temere di essere individuato come possibile mandante dell'uccisione di Fausto e Jaio.Mette agli atti un racconto inedito." Giorni prima un gruppo di giovani con il volto coperto da fazzoletti rossi si è avvicinato aggredendomi.Ero in compagnia di Michele Damato.Ero stato accusato di spacciare eroina nel quartiere".Oss Pinter afferma di aver conosciuto Iannucci una decina di giorni prima e di conoscere Fausto Tinelli.Secondo alcune voci raccolte in quartiere Oss Pinter sarebbe stato udito venerdì 17 marzo fare il nome di Tinelli come uno dei responsabili di quel pestaggio. Danila respinge le accuse,ancora oggi."E' falso.Molte testimonianze hanno escluso che Fausto e Jaio avessero partecipato al pestaggio di Oss Pinter,è una macchinazione di chi voleva sminuire la figura dei due ragazzi uccisi".Vi è poi un'altra circostanza:nei giorni precedenti l'omicidio indossa un berrettino da marinaio blu,identico a quello trovato sotto il corpo di Jaio la sera del 18 marzo.Il cappello è un indizio importante nelle inchieste. Alberto Ibba, scrittore milanese,nel suo "Leoncavallo:1975-1995,Venti anni di storia autogestita" spiega bene il particolare."Qualche giorno dopo l'assassinio,al dottor Spataro che si occupa del caso,i ragazzi del centro portano un cappellino blu sporco di sangue ritrovato sotto la montagna di fiori in via Mancinelli.Di chi è quel berretto?E' possibile che sia stato dimenticato sul posto?O qualcuno lo ha dimenticato successivamente?Ma soprattutto sono state fatte analizzare le macchie di sangue? E i capelli?Troppe grossolane mancanze".Carmine Scotti della Digos ammette che il copricapo non è stato analizzato."C'erano perfino dei capelli biondi-mi racconta Carmine Scotti della Digos di Cremona. Ma c’è qualcosa in più. Il cappello blu non è più reperibile nell’Ufficio Corpi di reato del Tribunale di Milano. Nel decreto di archiviazione della dottoressa Clementina Forleo c’è la conferma:"Va sul punto evidenziato come il berretto di lana trovato sul posto del fatto era intriso di sangue e del tutto analogo a quello notato addosso all’Oss Pinter nei giorni precedenti,non verrà mai sottoposto ad alcun accertamento risultando,a un certo punto dell’indagine,non più presente tra i reperti della stessa. Nell’88,infatti,a seguito di apposita richiesta del giudice istruttore,il responsabile dell’Ufficio Corpi di reato dichiarava che il berretto in questione non era stato rinvenuto e che con ogni probabilità era stato eliminato per motivi di igiene in seguito ad alluvioni che avevano colpito il luogo in cui lo stesso era custodito."

E' accertato che nelle settimane precedenti nel quartiere Casoretto si avvertiva un clima surriscaldato negli ambienti della destra eversiva.Ci sono scritte minacciose rivolte a militanti della sinistra.Proprio sotto casa di Fausto Tinelli compare una grossa scritta:"tutti quelli del Casoretto devono morire".Verso la fine di febbraio una macchina,mini minor color rosso,era sfreccia davanti al Centro Sociale Leoncavallo e dalla vettura gridano " sporchi rossi vi ammazzeremo tutti".La stessa vettura viene notata aggirarsi nei paraggi del Centro.Una mini minor rossa seguirà nei giorni precedenti il 18 marzo Danila Tinelli mentre si reca alla parrocchia del Casoretto per battezzare Bruno,il suo unico figlio rimasto.Un discorso particolare va fatto per ciò che concerne la perizia balistica.Mauro Brutto dell'Unità è il primo cronista che indaga sull'arma che uccide in via Mancinelli.Parte da quel proiettile schiacciato trovato sul marciapiede."Dopo due giorni dovrebbe essere il dato minimo acquisto dalle indagini invece in un primo momento è stato detto che il proiettile era di calibro 38 special.Poi la notizia è stata smentita perché il calibro doveva essere un 7,65.Passata qualche ora viene detto che si tratta di un 38 special.Infine il proiettile,dopo la nostra insistenza,è tornato ad essere un 7,65.Quando è stato fatto notare al magistrato che sul luogo del duplice omicidio non sono stati trovati bossoli,che quindi e' plausibile pensare che fossero state utilizzate pistole a tamburo e che non esiste nessuna arma di questo tipo di calibro 7,65 sul suo volto si è dipinto un certo imbarazzo"

Il perito balistico scelto è Teonesto Cerri,ora defunto.Lo stesso che fa brillare nel ’69 l’esplosivo contenuto in una valigetta,ritrovata alla Banca Commerciale di Milano,poco dopo la strage di Piazza Fontana.una prova schiacciante che avrebbe aperto fin da subito i veri scenari della strategia della tensione.Traccia un esame che esternamente sembra accurato ma poi presenta defezioni grossolane."Il duplice omicidio venne effettuato mediante una sola arma da fuoco calibro 7,65,utilizzando proiettili mantellati di fabbricazione Winchester.La canna dell'arma ha una rigatura composta da sei righe destrorse".Umberto Gay e Fabio Poletti sono esperti di armi.Il loro puntuale lavoro di cronaca arriva a smontare pezzo dopo pezzo la perizia ufficiale."Dall'esame dei segni lasciati dalla rigatura della canna-scrivono i colleghi-non si deduce solamente,come è stato fatto,la cosiddetta identità specifica che indica che due o più proiettili confrontati tra loro siano o non siano sparati con la medesima arma :si può rilevare le caratteristiche di classe dell'arma che li ha sparati.Le caratteristiche di classe si ottengono dall'esame dei segni macroscopici lasciati dalla rigatura variano in maniera consistente tra marca e marca.Ad esempio la larghezza delle righe di produzione Beretta è molto diversa da quella di una canna di pari calibro di produzione Valther".Nel testo di Cerri manca la descrizione del revolver Smith & Vesson calibro 44 Magnum con cinque cartucce trovato addosso ad Antonio Mingolla,di due bossoli e di un certo numero di cartucce calibro 19 e 7,65 trovate nell'abitazione dei fratelli Bortoluzzi.Sia sulla Beretta calibro 7,65 che su quella 6,35 mancano le indicazioni del modello,visto che l'azienda Beretta ha prodotto armi a partire dal 1915.Risulterebbe sommario l'esame dell'unica pistola che avrebbe potuto sparare quella sera in via Mancinelli,la Beretta 7,65,matricola AO4667W trovata sempre a casa dei fratelli Bortoluzzi."Dalla perizia si rileva dapprima che fortemente deformata e priva di guancine e poi si conferma che la trasformazione è dovuta al martellamento e non è stato possibile effettuare lo smontaggio ne precisare l'epoca dell'ultimo sparo. A giudicare dal numero di matricola,dovrebbe trattarsi di una Beretta modello 70,di produzione poco successiva al 1968,anno in cui l'azienda passò dal sistema di matricolazione a una lettera a 5 o 6 cifre a quello attuale con 5 numeri preceduti e seguiti da una lettera.E' una pistola che è stata costruita in migliaia di esemplari,con fama di ottima affidabilità e una capacità di caricatore di 8 cartucce.Purtroppo di questa pistola in reperto manca una documentazione fotografica che consenta di apprezzare l'entità delle deformazioni che ha subito.Del resto non ha senso cercare di distruggere la possibilità di esaminare un'arma a meno che non vi sia un motivo preciso per farlo"(Dal dossier di Gay e Poletti)

La polizia sequestra ad alcuni neofascisti del Casoretto due impermeabili bianchi e tre giubbotti marroni.Non viene eseguita la prova del guanto di paraffina anche se tecnicamente e' fattibile a Pavia.Si possono ricercare tracce di pulviscolo di antimonio proveniente dagli inneschi delle cartucce che al momento dello colpo si diffonde nell'aria depositandosi sulla mano e sul braccio di chi spara.Le inchieste di Polizia giudiziaria di Milano si fermano qui.Il 5 luglio 1978 una delegazione di "mamme antifasciste del Leoncavallo" interpella telefonicamente l'ufficio dell'allora presidente del Tribunale di Milano Piero Pajardi.Chiedono che sia fatta luce sull'omicidio. Dall'altra parte della cornetta la segretaria risponde che "l'istruttoria pende presso la locale Procura della Repubblica,non ha natura politica essendo emersi fatti di droga".Qualche me se più tardi la tesi viene confermata dallo stesso Pajardi.Il tam tam della controinformazione è incessante.Migliaia di ragazzi raccolgono le informazioni che poi vengono vagliate dalle redazioni di alcuni giornali.E' una rete,la stessa che in quel quartiere costruisce la mappa dello spaccio di eroina.Per il quotidiano Lotta Continua di venerdì 9 marzo 1979 "non si tratta di stasi delle indagini,il disinteresse di polizia e magistratura è solo apparente in quanto nasconde la volontà di non arrivare in tempi celeri alla verità".Per Gay e Poletti "le colpe dell'Ufficio Istruzione e del Tribunale di Milano sono gravi,anzi gravissime".Il fascicolo di Armando Spataro finisce nelle mani dei giudici istruttori Graziella Mascarello,Attilio Barazzetta.Fino a Guido Salvini .Mascarello e Barazzetta non sono mai stati messi nelle condizioni idonee per lavorare con serenità sul caso.Senza strumenti informatici che avrebbero potuto dare un accelerazione alle indagini, i due magistrati vengono isolati,pressati da decine e decine di istruttorie meno importanti,con imputati vivi,magari detenuti.Lavorano nei ritagli di tempo o per scelta volontaristica.Le cose vanno meglio per Guido Salvini,giudice istruttore che è giunto a un millimetro da una verità provata nell'omicidio di Fausto e Jaio.

Salvini è un grande conoscitore dei misteri d'Italia.In questi anni ha lavorato senza tregua ricostruendo i meccanismi della strategia della tensione nell'inchiesta su Piazza Fontana e sull'eversione nera in Italia.Ci sono voluti quattro anni di indagini svolte sull'attività di gruppi eversivi,contenute in 626 pagine di ordinanza.Descrive lo scenario in cui avvenne la strage del 12 Dicembre 1969 da dove partì l'attività dei gruppi terroristici di isprazione fascista. Salvini lavora duro anche sul caso di Fausto e Jaio.Le intuizioni di Armando Spataro,Carmine Scotti,Mario Amato riempiono gli scaffali del suo armadio dove è racchiuso gran parte del materiale documentale.Le sue intuizioni sono determinanti. C'è la consapevolezza di chi indaga per davvero e conosce i meccanismi politici e militari che spingono settori della destra eversiva romana a uccidere Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.Sono anni di interrogatori serrati,confronti in carcere.Si hanno indizi,non prove.Umanamente Salvini non dimentica quei volti che ogni anno si presentano nei suoi uffici per cercare risposte concrete,anche solo mezze frasi che possano dare speranza a chi è stato offeso.Ha un rapporto speciale con le mamme del Leoncavallo,soprattutto con Danila Tinelli.Il 22 febbraio 1991 si ritrovano tutte insieme a Palazzo di Giustizia.Dice Salvini ."Sto facendo di tutto ma per me è difficilissimo perché se uno è fuori va subito dentro,se è dentro gli cadono i benefici per buon comportamento.Chi parla se è dentro parte da zero.(tratto da un documento stenografico della conversazione realizzato dalle mamme del Leoncavallo).Una di loro chiede perché i fascisti non hanno mai rivendicato l'omicidio di Fausto e Jaio?."Per due ragioni-dice il giudice- perché è vergognoso,non è lotta contro lo Stato,perché tre o quattro sono in galera ma almeno un paio sono ancora fuori".Passa più di un anno dalla prima visita e le mamme tornano alla carica da Salvini.E' il 18 marzo 1992."L'omicidio viene rivendicato con la sigla Nucleo Franco Anselmi.Non fu l'unica volta.Venne fatta una rivendicazione dopo un attentato ad una sede del Pci a Roma.Anselmi morì durante una rapina all'armeria di Danilo Centofanti,la più grande di Roma.Fu un'azione per il reperimento delle armi. Anselmi venne ucciso dall'armiere.Si è evidenziato che le persone che ho indiziato ed altri che magari non andranno a processo avevano messo una bomba nella stessa armeria dove morì Anselmi,nel maggio 1978.Anselmi muore il 6 marzo,il 18 uccidono Fausto e Jaio e dopo mettono una bomba nella sede del Pci e nell'armeria.Le sigle sono identiche,quella usata per il delitto del Casoretto e per la sede comunista.Un pò diversa quella usata per l'armeria.Intorno a Giusva Fioravanti circolano sette,otto persone tutte legate a Franco Anselmi.Si firmarono così poi il gruppo verrà sciolto.Valerio non ha partecipato all'omicidio perchè era agli arresti a Pordenone.Ho interrogato diverse volte sia Giusva che Francesca Mambro ma non mi hanno mai detto niente,sono rimasti sempre senza fiato.Io penso che a Milano siano venuti due di loro,quelli più vicini a Franco Anselmi.Potrebbero essere stati loro,a Milano erano di casa.Al momento,però,non potrei fare un accusa di omicidio perchè non ci sono prove.Valerio ha tentato di uccidere il militante dell'Autonomia Operaia Andrea Bellini mentre i due arrivati il 18 marzo 78 da Roma misero la bomba nell'armeria.L'omicidio di Fausto e Jaio nasce dopo la morte di Franco Anselmi,a lui erano legati,lo sentivano come una parte di loro.Nasce dunque da una cosa personale.Dei tre uno è passato alla malavita super,alla Banda della Magliana ed è accusato dell'omicidio Pecorelli,eseguito con altissimo livello professionale.Gli assassini avevano la struttura del militante non del mafioso che avrebbe adottato un rituale del tutto diverso.Portavano trench chiari,esattamente come i Nar,impermeabili che consentivano di coprire armi lunghe,mezzi fucili,mitragliette.Nel gruppo Nar era consuetudine utilizzare la tecnica del sacchetto di plastica per trattenere i bossoli.Si vedeva già allora che non era cosa da malavita.Io ho girato l'Italia in lungo e in largo,interrogato centinaia di persone ma non mi do per vinto".(Tratto da una registrazione sonora del colloquio tra le mamme del Centro Sociale Leoncavallo e il giudice Guido Salvini e dalla trascrizione stenografica che il Centro ha realizzato)Salvini ha ascoltato gran parte dei protagonisti dell'eversione romana ma su Fausto e Jaio nessuno sembra aprirsi.Ancor oggi.

QUEL TRENO CHE PORTA A ROMA

La corsa degli assassini si dirige verso in Stazione Centrale,a Milano.Lì prendono il treno espresso per Roma Termini.Si confondono tra i passeggeri,leggono,fingono di non conoscersi,tengono un comportamento che non desti sospetto.Di mattina sono a destinazione,viaggiano da Milano a Roma per tutta la notte.Il tratto è lungo e potrebbe essere rischioso così si sistemano nei vari scompartimenti ,come detta il codice dei terroristi:mai farsi trovare nello stesso punto,in caso di fermo negare ogni evidenza,le armi del delitto devono essere al sicuro così da risultare puliti ad ogni controllo.Hanno letto il codice di comportamento che ogni organizzazione terroristica stila per i suoi militanti.Loro avranno tra i venti,ventitre anni, e un riconoscimento attraverso identikit sarebbe difficile in quanto l'unica teste, Marisa Biffi , che li ha visti sparare ,è in grado di descrivere il loro abbigliamento(impermeabili bianchi) ma i sei,sette metri che la separano dai killer impediscono di fornire dati certi per delineare il loro volto.Sul treno che porta a Roma certo rivedono come in un film la scena dell'omicidio,ricordano gli attimi culminanti,ripassano a memoria ogni particolare da recitare nel caso venissero arrestati. I giorni di appostamento,le informazioni ricevute dai camerati di Milano,l'attesa fumando decine di sigarette davanti al portone dell'Anderson School,in via Mancinelli.Poi l'incontro con quei due ragazzi di poco più giovani di loro ma così diversi,opposti,non solo per le idee che avevano.La fuga a piedi verso il Leoncavallo,dentro nelle rientranze del garage oppure in via Chavez.Infine l'appuntamento nell'atrio della stazione davanti alla scala mobile."Qualcuno potrebbe averci visti-dice uno di loro- A quest'ora potrebbe spifferare tutto alla polizia o ai carabinieri".Una sicurezza che deriva dalle coperture che il commando sembra avere mentre escogita .Il treno schizza via, macina chilometri lungo la pianura padana,poi dentro le gallerie come quella di San Benedetto Val Di Sambro dove una bomba uccise decine di persone il 4 agosto 1974 sul treno Italicus,la stessa che dieci anni più tardi ,alla vigilia di Natale del 1984, vide la morte sul rapido 904.Dopo la Bologna-Firenze in poche ore si arriva a Roma,le colline della Toscana,il Lago Trasimeno.Arrivati alla stazione di Roma Termini,fuori sul piazzale,il gruppo di fuoco del Casoretto si ricompone ma solo per pochi secondi. C'è il tempo di comprare il giornale."Agguato a Milano.Due giovani ragazzi dell'extra-sinistra sono stati uccisi in via Mancinelli"-titoleranno in molti.Guarderanno quei pezzi su tutti i principali quotidiani.Passati i cancelli entrano nell'atrio,la stazione è presidiata da poliziotti e carabinieri,temono attentati.Si dividono ancora poi fuori formano un piccolo capannello.Si danno appuntamento per la sera,magari in via Siena oppure prima dell'aperitivo al Bar Fungo o al Penny.Poi via di corsa in macchina verso casa,al sicuro,lontani da occhi indiscreti."Si trovavano spesso lì,di sera-mi dice Carmine Scotti,poliziotto,tra i più impegnati nell'inchiesta sull'omicidio del Casoretto".A quell'ora,a Milano,550 chilometri più a Nord Danila Tinelli e Iaia Iannucci sono ancora sveglie,hanno fatto la notte in bianco,su e giù per il corridoio di casa loro,piangendo da sole con un fazzoletto."Per tutta la notte non ho chiuso occhio,mi immaginavo la scena dell'omicidio e nel buio vedevo gli assassini,freddi."-mi dice Danila,quasi con terrore."Sentivo che venivano da lontano,quelle macchine targate Roma,quei rituali non appartenevano solo alla nostra città.Pensavo anche a quanti,all'indomani,si sarebbero svegliati come se niente fosse accaduto ,niente di grave almeno.Dopo aver ucciso a sangue freddo sarebbero tornati alla vita di tutti i giorni."

La storia dei killer del Casoretto parte da lontano.Sono i loro caratteri ribelli,senza bandiera,violenti a mutare il senso del destino di molte vite umane,come quelle stroncate di Fausto e Jaio.Certo non si vestono come i ragazzi di sinistra,non parlano con il gergo di quei tempi:hanno la stessa età ma si trovano su un'altra barricata,pronti a scontrarsi contro quello che definivano "il nemico rosso".Una storia che si confonde con quella della destra milanese. E i fatti che fanno da sfondo si snodano sempre lungo quei 550 chilometri di ferrovia che collega la ex capitale morale d'Italia con Roma. E' il 1975,anno che segna il mutamento nella loro strategia. A Milano i sanbabilini dettano legge,aggrediscono i passanti,minacciano quanti portano giornali di sinistra,uccidono ragazzi come Alberto Brasili.Il 28 febbraio1975 viene ammazzato a Roma Mikis Mantakas,studente dirigente del Fuan,l'organizzazione degli universitari di destra.Qualche giorno prima di Mantakas cadono altri militanti della destra: i fratelli Mattei periscono nel rogo di Primavalle a causa dell'incendio della casa del segretario della sezione missina.Il greco viene freddato da un solo colpo di pistola in Piazza Risorgimento, adiacente alla sezione del Msi di via Ottaviano.Lì accanto a Mantekas c'è Franco Anselmi.Appena avvertito dell'omicidio chiama a rapporto una quindicina di militanti del Msi,esce dalla sezione,si mette in volto un passamontagna che diventerà,da quel giorno,inseparabile indumento di mille scorribande.Anselmi è un leader di quel gruppo che si va formando a Roma nella destra estrema.E' irrequieto,ribelle,non sopporta l'ordine precostituito,nemmeno quei dirigenti del suo partito che "stanno mollando la lotta contro i rossi".Viene da quella borghesia romana che non disdegna essere etichettata come fascista.Frequenta un liceo privato,il Federico Tozzi,lontano da quelle che definirà " scuole inquinate dai comunisti".Intorno al Tozzi le scuole sono in mano ai gruppi della Nuova Sinistra,a Lotta Continua,Potere Operaio,Avanguardia Operaia.Spesso "i compagni" lo aspettano fuori da scuola.Un abbigliamento preso in prestito dai più grandi,come quei "sanbabilini" che a Milano imperversavano e dettavano la moda da seguire:le scarpe a punta modello Barrow's,capelli a spazzola,la cintura di Gucci,il vespino bianco con la bandiera tricolore sulla destra del cupolino. Nell'immaginario di quella generazione di fascisti San Babila era una certezza.Il suo odio si trasforma dunque in avversione contro un sistema:decide cioè di "elevare il livello dello scontro",emulando le Brigate Rosse e Prima Linea.E' una guerra senza frontiere,per le vie di Roma.Chi porta blue jeans scampanati stinti,capelli lunghi non può passare in certe zone.La città è divisa dai colori nero e rosso.Si sa che al Parioli ci sono i fascisti duri,che a Primavalle,Cinecittà,San Lorenzo i compagni sono più forti.I neri di Monteverde vengono definiti dalla questura romana come "i più pericolosi".In quella sezione del Msi partono gran parte delle azioni:nel gruppo originario c'è Franco Anselmi,i fratelli Giusva e Cristiano Fioravanti,Alessandro Alibrandi,figlio del famoso giudice e una ventina di ragazzetti che scopiazzano le gesta dei capi. Nell'ambiente dei neri romani c'è fermento. C'è chi studia il fenomeno .Giancarlo Capaldo,Loris D'Ambrosio,Pietro Giordano,Michele Guardata e Alberto Macchia(il pool dei magistrati Romani che proseguono e sviluppano le inchieste del giudice Mario Amato ucciso dai Nar il 23 giugno 1980) tracciano il filo della memoria."Verso la metà degli anni Settanta prende piede e trova immediata diffusione una diversa forma di lotta,una certa illegalità di massa che contesta la validità della scelta militare e clandestina e propugna forme collettive e violente di contestazione che assumono carattere di aperta rivolta;viene teorizzato il superamento del centralismo e della delega e sono esaltate la spontaneità e la collettività della ribellione.Parallelamente al declino delle forze politiche istituzionali di destra che vanno rapidamente perdendo peso ed influenza sulla scena politica,subiscono una grave crisi le organizzazioni extraparlamentari neofasciste.Al di là di qualche radicalismo di facciata,la destra extraparlamentare aveva svolto compiti di restaurazione e conservazione,perseguendo a volte una linea nostalgica di ristrutturazione autoritaria dello Stato oppure assicurando stabilità ai rapporti di forza esistenti e ostacolando l'ingresso nell'area di governo di nuove classi sociali attraverso la creazione di situazioni di pericolo o tensione".

I fascisti che si attivano nella svolta del 75 sono anticomunisti viscerali, capaci di mobilitarsi in uno scontro fisico contro le masse di sinistra che negli ambienti giovanili sono egemoni,si richiamano ai valori della società cristiana occidentale e sostengono a spada tratta una politica internazionale di assoluta fedeltà alla Nato.I nuovi eredi del fascismo sono armati di tanto spontaneismo e di pistole. I pestaggi sono all'ordine del giorno.Nel primo anniversario della morte di Mikis Mantekas Franco Anselmi e gli altri del gruppo Monteverde attendono due ragazzi che avranno la loro età fuori dal liceo Tacito.Avevano nella tasca una copia del giornale Lotta Continua,capelli lunghi,jeans scampanati.Si guardano,tirano fuori i coltelli ma non uccidono.Qualcosa accade pochi giorni dopo quando in uno scontro con compagni davanti all'istituto Fermi Valerio Fioravanti e Franco Anselmi impugnano i revolver e fanno fuoco. Uno,due,tre colpi,senza mirare qualcuno in particolare,nel mucchio.Il battesimo di fuoco del gruppo inizia così,con un ragazzo in fin di vita all'ospedale.La stessa scena si ripete a Milano ma ha altri protagonisti.E' il 27 aprile 1976.In via Guerrini ,sede del Msi,si trovano tutte le sere ragazzi di età compresa tra i 23 e i 27 anni.Quella sera c'è malumore in sezione.La Questura ha appena comunicato il divieto di tenere manifestazioni il giorno dopo,in occasione del primo anniversario della morte di Sergio Ramelli.Si respira un clima che precede la violenza.Poi improvvisamente la sede si svuota."Avevano segnalato dei compagni nei pressi,temevamo aggressioni"-diranno qualche anno più tardi.Poco più in là c'è un gruppetto di ragazzi di sinistra.Uno di via Guerrini tira fuori il coltello.In rapida successione sferra colpi mortali sul corpo di Gaetano Amoroso,Tano per gli amici,di 21 anni. L'arma passa a turno nelle mani dei componenti del commando in una sorta di macabro rituale.Vengono feriti Carlo Palma di 22 anni e Luigi Spera di 20 anni."Puntavano verso di noi-dirà uno degli scampati al Giorno-Quando sono arrivati alla nostra altezza,uno ha cercato di colpirmi con un pugno.Sono riuscito ad evitarlo e a fuggire".Un ragazzo e una ragazza la fanno franca .Amoroso,un militante del Partito Comunista marxista-leninista, tenta una fuga disperata ma nei pressi della sua abitazione,in via Uberti, soccombe.Uno degli aggressori dice al giudice istruttore che"da come vestivano sembravano di sinistra".La polizia arresta nove persone:GianLuca Folli,Marco Meroni,Angelo Croce,Luigi Fraschini,Antonio PietroPaolo,Danilo Terenghi,Walter Cagnani Claudio Forcati e Gilberto Cavallini.Portano giubbotti di pelle con pelo,stivaletti , il passo veloce.

Cavallini ,grazie ai suoi rapporti con i fascisti veneti come Massimiliano Fachini e la vecchia guardia stragista,e' il più vecchio del gruppo.Due anni prima spara alcuni colpi con il suo revolver 7,65 contro un benzinaio reo di avergli rifiutato il rifornimento.Di famiglia fascista ,entra dapprima nella Giovane Italia,primordiale esperienza del neofascismo di San Babila,poi nel Msi.A scuola va al Feltrinelli,territorio di Avanguardia Operaia:così ha dovuto cambiare aria dopo ripetute minacce.Entra in carcere nell'aprile del 1976 con l'accusa di aver organizzato l'agguato contro Tano Amoroso e riesce ad evadere mentre viene trasferito al carcere di Brindisi."Ero in viaggio con due carabinieri.Chiesi di fermare la vettura per fare pipì.Mi fu concesso,il terreno era in pendio e io approfittai della lenta tenuta della catena da parte del milite per calare giù a valle"(tratto dalla deposizione in aula alla seconda Corte d'Assise d'appello).Da quel giorno d'estate del 1977,Cavallini è ufficialmente latitante ma libero.Nelle strade e nelle piazze romane nasce lo spontaneismo armato di destra.Proprio in quei mesi Cavallini inizia a frequentare quel mondo e si sposta decine,centinaia di volte lungo l'asse ferroviaria che da Milano porta a Roma.Il suo amico inseparabile,Giusva Fioravanti, si trova nel carcere militare di Peschiera ma a Roma ,i suoi amici,non perdono tempo.Il 30 settembre i fascisti aggrediscono un giovane di Lotta Continua :per lui c'è la prognosi riservata.La risposta della Nuova Sinistra è immediata:Alcune migliaia di persone si danno appuntamento nei pressi della sezione dell'Msi della Balduina.Gli scontri si ripetono ininterrottamente fino alle otto di sera quando Cristiano Fioravanti,fratello di Giusva,e Alessandro Alibrandi estraggono una pistola e fanno fuoco a turno sul gruppetto .Walter Rossi muore,il benzinaio Giuseppe Marcelli viene ferito in modo grave.Cristiano e Alessandro si contendono la pistola.Rossi e' di Lotta Continua,nemico giurato di quelli di Monteverde.E' appena tornato dal convegno bolognese contro la repressione,nel settembre 1977,che segna la fine di quel movimento.Cronologicamente è il primo morto del gruppetto che fa capo a Giusva Fioravanti,Franco Anselmi,Alessandro Alibrandi e Cristiano Fioravanti.Gli scontri vanno avanti senza tregua,in una sorta di ping pong dove al posto delle palline volano proiettili di fuoco.

Il 1978 ,l'anno dell'omicidio di Fausto e Jaio,comincia male. Roma si divide a macchie di leopardo:vi sono zone rosse e zone nere,impraticabili per gli avversari;e zone di colore sfumato dove i rapporti di forza sono più equilibrati e i gruppi si fronteggiano in continua tensione.Sul tardo pomeriggio del 7 gennaio escono due ragazzi da una sezione missina in via Acca Larentia,nel quartiere del Tuscolano.Escono veloci perché li attende un volantinaggio dall'altra parte della città.Poco più in là sopraggiunge una Renault 4 rossa,scarica quattro giovani che bloccano il passo ai due missini,estraggono una mitraglietta Skorpion e fanno fuoco.Franco Bigonzetti cade sul colpo mentre Francesco Ciavatta viene portato al San Giovanni dove spira dopo pochi minuti.La Renault 4 rossa carica il gruppo del commando e si dilegua nel buio.La Skorpion uccide anni dopo: le Br liquidano Roberto Ruffilli,l'ex sindaco di Firenze Lando Conti e l'economista Ezio Tarantelli con la stessa arma.Bigonzetti e Ciavatta hanno rispettivamente diciannove e diciotto anni.La giornata non finisce qui.La notizia del duplice omicidio fa il giro della città e in pochi minuti al Tuscolano arrivano migliaia di fascisti pronti a vendicare Ciavatta e Bigonzetti.Davanti al sangue di Bigonzetti c'è un fiume in piena,la tensione è forte e basta la presenza di un giornalista del telegiornale per scatenare il tumulto.In pochi minuti via Acca Larentia viene travolta da ragazzi armati di bastoni e pistole che inseguono poliziotti,mentre i carabinieri lanciano lontano i loro lacrimogeni.Infuria la battaglia e ad un ufficiale dell'Arma,Edoardo Sivori parte un colpo che toglie la vita a Stefano Recchioni,pure lui di diciannove anni.Valerio,Alessandro,Franco,Cristiano vedono scorrere la loro vita,come in un film.Si scatenano contro chi ha ucciso ma anche contro il loro partito,l'Msi.Dietro alle gesta dei capi indiscussi si muove un vero esercito di ragazzotti di buona famiglia ma anche provenienti da quartieri proletari.In quell'ambiente matura l'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci e nei rapporti tra i fascisti romani e quelli milanesi in evidente stato di difficoltà.Gran parte di loro confluirà nel Fuan di via Siena,nella primavera del 1979.Nel libro "La destra eversiva" Franco Ferraresi spiega bene nomi,cognomi,interpreti."La sede del Fuan di via Siena diviene il principale punto di riferimento,anche logistico,di alcuni personaggi più violenti dell'eversione nera di Roma.Si tratta,fra gli altri,dei fratelli Fioravanti,Alessandro Alibrandi,Francesca Mambro,Massimo Carminati,Stefano Tiraboschi,Dario Pedretti,Stefano e Claudia Serpieri,Elio Di Scala,Carlo e Massimo Pucci,Alessandro Pucci,Walter Sordi,Mario Corsi,Marco Di Vittorio.Quelli di via Siena,nelle parole degli inquirenti,hanno un passato da picchiatori negli scontri di piazza e taluno come rapinatore.Si tratta come si può intuire di uomini orientati allo scontro fisico,poco inclini all'elaborazione di una teoria rivoluzionaria:rifiutando ogni disciplina di partito o di gruppo,e ogni ipotesi di tempi lunghi e graduali per la rivoluzione,essi intendono uscire dalla ghettizzazione della Destra storica e andando oltre l'attivismo inteso come pestaggio squadrista,impostando vere e proprie azioni militari".("La destra eversiva",Franco Ferraresi,pagina 82)Sono i primi vagiti dei Nar,Nuclei Armati Rivoluzionari .

Dopo l'uccisione di Bigonzetti e Ciavatta il gruppo intraprende nuove strade,cerca vendette,compie un vorticoso "salto di qualità" di tipo militare. I magistrati D'Ambrosio,Capaldo,Giordano,Guardata e Macchia inquadrano gli eventi sul piano storico."L'ambiente aveva reagito confusamente alla morte dei due missini prima con disordini spontanei di piazza e il ferimento,nella stessa serata del 7 gennaio,di un simpatizzante di sinistra,colpito di striscio alla nuca da un proiettile mentre si trovava alla Balduina in compagnia di amici.Il vero salto di qualità militare avviene la sera del 28 febbraio 1978,con l'uccisione di Roberto Scialabba e il tentato omicidio di Nicola Scialabba,raggiunti da colpi di arma da fuoco esplosi da un'autovettura:in tale occasione l'individuazione degli obiettivi era stata del tutto casuale e indeterminata,salvo che per la loro militanza nell'opposta area politica"("L'eversione di destra a Roma dal 77 all'83:spunti per una ricostruzione del fenomeno",pag.214)E' una sera di febbraio.Il gruppo si ritrova come sempre al Bar Fungo,nel quartiere dell'Eur.Cristiano e Giusva Fioravanti,Alessandro Alibrandi,Franco Anselmi discutono per ore ."Bisogna vendicare Mikis Mantakas- dirà uno di loro.Quel giorno cade il terzo anniversario della morte del greco. Anselmi ricorderà che "oltre a Mikis dobbiamo vendicare anche Ciavatta e Bigonzetti". C'e'stata una fuga di notizie dal carcere di Regina Coeli."Pare che a sparare ad Acca Larentia siano stati i compagni del Don Bosco-scrive Giovanni Bianconi ( "A mano armata",Baldini e Castoldi Editore).Così salgono sulle macchine,insieme ad altri quattro e vanno al Don Bosco.Sono a caccia di una vittima sacrificale.Scorgono nella penombra tre ragazzi,sono vestiti proprio come il loro nemico,con i capelli lunghi e i jeans scampanati e stinti.Si guardano e in una frazione di secondo capiscono che dovranno agire,da lì a poco.Cristiano Fioravanti racconta anni dopo i retroscena di quell'omicidio.

Lo fa davanti al giudice istruttore di Roma,il 12 marzo 1982."Dalla macchina scendemmo io,Valerio e Anselmi.Io ero armato di una pistola Flobert calibro 6 modificata in modo da sparare colpi calibro 22.Valerio aveva una 38 Franchi Llama 6 pollici e Anselmi una Beretta calibro 7,65".I tre fanno subito fuoco,senza esitare.Cristiano dice di aver colpito una delle persone che erano nel giardinetto.Poi la Flobert improvvisamente si inceppa.Anselmi scarica l'intero caricatore mentre Giusva sale a cavalcioni sul corpo di Scialabba e lo fredda con due colpi alla testa.E'un esecuzione in piena regola. Fuggono,raggiungendo le auto e i complici che li coprono.Una telefonata all'Ansa rivendica l'azione: Gioventù nazional-rivoluzionaria.La polizia interviene nel luogo del delitto,perquisisce Roberto Scialabba e gli trova addosso due spinelli di marjuana. Così inventa il movente."E' una zona di spacciatori,l'omicidio è certamente maturato nell'ambiente della droga-detterà ai giornalisti un funzionario della Digos".Strane analogie con il delitto del Casoretto.Si ricorderanno le parole del capo Gabinetto della Questura milanese,pochi minuti dopo l'uccisione di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci."E'un omicidio nato da una faida interna a gruppi della sinistra extraparlamentare e al mondo della droga".

Mancano pochi giorni all'omicidio di Fausto e Jaio.Roma, 6 marzo 1978,sono le 16,10.Nell'armeria dei fratelli Danilo e Domenico Centofanti entrano due ragazzi,chiedono di fare acquisti ma mentre il titolare si gira per un attimo estraggono le armi.Costringono i proprietari del negozio ad aprire la cassaforte dove erano custodite le pistole. Danilo e Domenico Centofanti vengono rinchiusi nel bagno.L'azione è fulminea ma qualcosa non funziona e mette scompiglio nei piani dei rapinatori.Un anziano maresciallo dei carabinieri,Rosario Rizzo,amico dei titolari,passa di lì,scorge il terzo uomo che fuori dall'armeria fa il palo.Viene rinchiuso pure lui nel bagno. I rapinatori stanno per allontanarsi,si sentono sicuri.Intanto Danilo Centofanti riesce a liberarsi,prende una pistola e spara alla schiena di un ragazzo che muore all'istante, sull'ingresso dell'armeria.Sono gli ultimi attimi di vita di Franco Anselmi.La Digos,nel rapporto del 7 marzo 1978(foglio 2 e volume 2-12 e volume allegato C)"rinviene il corpo dell'Anselmi riverso bocconi all'ingresso dell'armeria;nella tasca dell'impermeabile la mano destra stringeva ancora,con il dito sul grilletto,una pistola Beretta calibro 7,65 con la matricola punzonata".Gli inquirenti si recano più tardi a casa di Franco Anselmi e sequestrano un piccola agendina con sopra dei nomi annotati in rosso.Sono quelli di Alessandro Alibrandi,Massimo Rodolfo,Enrico Lena,PierLuigi Iachelli,Stefano Tiraboschi,Cristiano Fioravanti,Paolo Cordaro,Alberto Giaquinto(che poi morirà il 10 gennaio 1979 durante una manifestazione del Msi a Centocelle) e Massimo Carminati.Con quest'ultimo Anselmi frequenta l'Università di Perugia,dividono lo stesso mini appartamento,sono amici inseparabili,insieme fanno politica nel gruppo Monteverde ma stringono i legami con la criminalità organizzata e con la nascente attività della Banda della Magliana.La pista del delitto Casoretto parte proprio da minuscoli particolari che messi insieme delimitano quanto potrebbe essere accaduto in quella sera del 18 marzo 1978,intorno alle 20,in via Mancinelli.Il clima negli ambienti della destra romana era surriscaldato.Sul finire del 77 nasce un gruppo numericamente forte,militarmente preparato,composito,legato da fortissime amicizie personali.Uno dei leader indiscussi e proprio Franco Anselmi.Lo confermano Francesca Mambro,Giusva e Cristiano Fioravanti ai giudici .I morti si susseguono a ritmo incalzante anche nelle file della destra eversiva ma è l'uccisione di Bigonzetti e Ciavatta che fa scattare la molla della rappresaglia. Nell'omicidio di Roberto Scialabba si verifica la perfezione tattica arriva alla perfezione professionale e si affina la tecnica contro un bersaglio mobile.In una rapina muore Franco Anselmi.Il gruppo sbanda ,non riesce a trovare un'identità precisa.Franco Anselmi usa sparare con una Beretta 7,65.In via Mancinelli la pistola che uccide Fausto e Jaio sarà proprio una 7,65 e due dei tre killer porteranno impermeabili bianchi.Un tentativo di emulazione,una sorta di marchio.Seguiamo la pista.Pochi giorni dopo il duplice assassinio dei ragazzi del Leoncavallo la rivendicazione più accreditata è quella dell'Esercito Nazionale Rivoluzionario,Brigata Franco Anselmi",una sigla che compare solo in un'altra occasione .I magistrati del processo Nar 1 scrivono che "gli episodi criminosi politicamente caratterizzati erano stati immediatamente rivendicati da gruppi come Nar o Nuclei Anselmi Rivoluzionari,salvo qualche eccezione nella quale è stata utilizzata una denominazione affine,comunque riferibile ad una medesima matrice".Infatti tra gli episodi contestati al processo c'è anche quello di Milano.Nel capitolo G si parla di "attentati di vario genere e livello contro elementi o strutture di diversa linea politica ovvero impianti o servizi di pubblica utilità,azioni volte al tempo stesso a creare un diffuso clima di terrore nel quadro di un più generale programma di destabilizzazione dell'assetto costituzionale e democratico nonché a mantenere salda tra i militanti la coesione sugli obiettivi finali"(Processo Nar 1,pagina 15,capo d'imputazione l'omicidio di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli commesso il 18 -3-78).Loris D'Ambrosio è stato l'erede dell'opera di Mario Amato ucciso dai Nar perché aveva compreso disegni politici e ispiratori del gruppo.Ora sta al Ministero di Grazia e Giustizia ma per anni ha seguito le inchieste sull'eversione della destra romana.E' una persona caparbia e paziente.Telefono a lui decine di volte,con l'ansia di chi vuole conoscere.Risponde con la stessa precisione di chi ha letto e studiato per anni le carte processuali."Chi si firma con il nome di Anselmi doveva essergli molto amico,quasi in simbiosi" .

IL FILO DELLA MATASSA

Il giudice Leonardo Grassi,autore di tante inchieste mi accoglie nel suo ufficio al terzo piano.Gli armadi sembrano cadere sotto il peso delle carte.E' un magistrato abile,che ha lavorato con molti altri suoi colleghi per districare la complessa matassa di connivenze con apparati dello Stato e fascisti che sta dietro alla strage del 2 Agosto 1980 alla Stazione di Bologna.Iniziamo la chiacchierata.Mi parla delle sue indagini,delle difficoltà di riuscire a compiere il lavoro di giudice a tutto campo.Apre l'antina dell'armadio,fruga tra le carte."Questa è la sentenza di primo grado del processo di Bologna,una pietra miliare,c'è la storia degli intrighi tra i servizi ,P2,Nuclei Armati Rivoluzionari.".Sfoglia migliaia di pagine poi si ricorda che sto indagando sull'omicidio dei due ragazzi del Casoretto.Mostra un documento interessante."A questo potresti allacciarti per la tua inchiesta".Grassi è un giudice istruttore,proprio come Guido Salvini a Milano,180 chilometri più a sud.Nel 1994 emette una sentenza -ordinanza sul depistaggio del treno Taranto-Milano,organizzato dal SuperSismi di Santovito,Belmonte e Musumeci per confondere le idee agli inquirenti che indagavano sulla strage della stazione di Bologna,il 2 agosto 1980.Nell'atto giudiziario si parla di depistaggi e dell'utilizzo della Banda della Magliana come "agenzia criminale dei servizi segreti e del ruolo occulto avuto da Licio Gelli e la P2".La storia è presto detta."Il 10 gennaio 1981 il Ministro dell'Interno comunica a tutte le Questure e agli Uffici Polfer,che,secondo notizie confidenzialmente raccolte,gruppi terroristici di destra sono in procinto di compiere attentati a tronchi ferroviari e convogli e che a tale scopo una unità operativa si accinge a trasportare un imprecisato quantitativo di materiale.(tratto dalla sentenza ordinanza del 30 aprile 1985 del Giudice Istruttore di Bologna)Il giorno dopo, la notizia messa in circolazione ad arte acquista contorni precisi:viene comunicato agli uomini di polizia giudiziaria che l'esplosivo è stato consegnato nelle mani di due cittadini francesi,uno dei quali di nome Philippe che grazie all'appoggio di altri avrebbe provveduto al trasporto e alla successiva utilizzazione del materiale.Il 12 gennaio l'informativa diventa più precisa:si dice che l'esplosivo e' già disponibile in Italia e che e' stato approntato un piano d'azione da un gruppo terroristico,composto da un italiano,alcuni detenuti,altri latitanti come Freda,Ventura,Delle Chiaie,francesi aderenti al FANE tra cui un certo Philippe.Passano poche ore e i poliziotti sanno che a trasportare l'esplosivo sono Raphael Legrand e Martin Dimitri.Ad Ancona devono consegnarlo ad altri elementi della destra eversiva.La Digos sale sul treno espresso n.514 Taranto-Milano ma alla stazione di Ancona non trova nulla.Si sposta a Rimini poi a Bologna:alle 9,26 viene scoperta su una carrozza di seconda classe,precisamente la terza dalla testa del treno, una valigia.Nel rapporto della Digos del 7 marzo 1981 si offre un quadro decisamente inquietante del contenuto della borsa."Ritrovammo un mitra MAB con numero di matricola abraso e calcio rifatto artigianalmente,due caricatori di cui uno con venti cartucce calibro 9 lungo,un fucile da caccia calibro 12,8 lattine con 7 etti di sostanze esplosive innescate con capsule detonanti in alluminio e micce a lenta combustione,2 passamontagna di lana color bleu,copie di giornali francesi e tedeschi,biglietti aerei".Inizia l'operazione Terrore sui treni voluta dal generale Giuseppe Santovito,in collaborazione con Pietro Musumeci e Belmonte(tutti iscritti alla P2 di Licio Gelli).Maurizio Abbatino,uomo della Banda della Magliana,dopo il suo pentimento,consente di scoprire chi pose materialmente sul treno quella valigia.Secondo l'ordinanza di Leonardo Grassi,"Abbatino ha identificato in Massimo Carminati la persona che procurò il mitra e verosimilmente anche la maggior parte dei rimanenti materiali utilizzati da Musumeci e Belmonte per il depistaggio;e tale dato è significativo se si tiene conto che Carminati è legato ad Avanguardia Nazionale è intimo di Valerio Fioravanti ed è legato alla Banda della Magliana,anzi all'interno di essa,in una posizione di snodo fra l'ambiente malavitoso ed il terrorismo neofascista" .Ed ecco l'indizio che riapre il caso del Casoretto.Angelo Izzo,protagonista della morte di Rosalia Lopez nel massacro del Circeo,invia una lettera alla Digos di Bologna che il giudice Grassi nella sentenza ordinanza definisce come "estremamente significativa".Il destinatario è la Digos ma Grassi lo fa diventare un punto fermo della sua accusa : porta la data del 5 febbraio 1992."Massimo Carminati nasce nell'ambiente dell'estremismo di destra come amico e compagno di scuola di Valerio Fioravanti al quale si lega in modo forte e di Franco Anselmi.In breve diviene un personaggio carismatico di uno dei gruppi fondanti dei Nar:quello cosiddetto dell'Eur.Pur partecipando solo marginalmente a scontri,sparatorie ed episodi della miniguerra che ha insanguinato la capitale intorno al 1977 fra estremisti di sinistra e di destra,Carminati gode di grandissimo prestigio.Probabilmente perché è la persona dell'ambiente di destra maggiormente legata già allora alla malavita romana,alla nascente Banda della Magliana.Un altro motivo di prestigio naturalmente potrebbe essere legato all'omicidio milanese di Fausto e Iaio a cui potrebbe aver partecipato.In questo caso il movente vero di tale omicidio sarebbe da ricollegare non tanto alla faida tra rossi e neri,ma considerata la personalità del Carminati ed i rapporti che già deteneva con ambienti strani,allora l'omicidio del Casoretto sarebbe da addebitarsi a manovre di spezzoni deviati dei servizi segreti controllati all'epoca dalla P2".L'accusa di Izzo,pentito di destra, è circostanziata,densa di particolari ancora al vaglio degli inquirenti.."Carminati nel 1977 partecipa al sequestro Iacorossi e a rapine in banca correo di quelli della Magliana.Forse ha mano nell'omicidio del dirigente missino Pistolesi ed è già un personaggio con molti legami che vanno dall'ambiente di Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie,a Franco Giuseppucci detto Il Negro,a Danilo Abbruciati,a Flavio Carboni.Questo gli permette di tenere un rapporto di superiorità con i sorgenti terroristi neri,ai quali è in grado di fornire appoggi e aiuti di ogni genere".E' Maurizio Abbatino a offrire un particolare importante."E' nei primi mesi del 1978 che gli elementi più rappresentativi del neonato spontaneismo armato di destra come Valerio Fioravanti,Massimo Carminati e Alessandro Alibrandi,gravitando prevalentemente nella zona Eur-Marconi-Magliana,si trovano nella necessità di contattare l'ambiente dei ricettatori collegati a Giuseppucci,per riciclare il provento delle rapine e danno soprattutto di gioiellerie.Tali rapporti in breve tempo divennero talmente stretti che si arrivò a scambi di favori per omicidi".Izzo dice alla Digos che Carminati agisce per conto dei servizi segreti deviati legati allora dalla P2.Il giudice Grassi conferma."Il pentito,quando parla di Carminati è credibile.I fatti che racconta nella mia sentenza ordinanza sono stati accertati.Carminati è il terminale tra i servizi deviati e i gruppi di destra.Con Musumeci e Belmonte,almeno se si prende per buono il lavoro d'inchiesta,aveva un rapporto strettissimo.Lo doveva avere per forza".Leonardo Grassi scrive,a questo proposito,che "Angelo Izzo invia la lettera il 5 febbraio 1992,cioè prima che l'Abbatino iniziasse a collaborare;il documento contiene,riguardo a Carminati,una serie di indicazioni investigative che poi sono state in larga parte puntualmente riscontrate".Ma il racconto va avanti."Carminati è parrticolarmente legato ai fratelli Fioravanti,ad Alibrandi e naturalmente ai fratelli Bracci e a Tiraboschi e De Francisci che sono poi i più importanti elementi del cosiddetto gruppo Eur.Altra particolarità del Carminati è che ha goduto di una certa omertà anche da parte di Cristiano Fioravanti che pur rischiando tuttora moltissimo da parte del Carminati che è intenzionato ad uccidere Fioravanti jr.,ha sempre cercato di tenere fuori dalle sue confessioni il suo amico d'infanzia Massimo.Questo si spiega anche la sua partecipazione sia pure marginale all'esecuzione del giornalista Pecorelli.Omicidio i cui esecutori materiali sono stati Valerio Fioravanti e Massimo Carminati:ambedue in questo periodo hanno eseguito o fatto eseguire vari omicidi per conto della P2 o di ambienti ad essa collegati.Con insistenza i due vengono indicati come killer di Licio Gelli in tutti gli ambienti di destra e se Carminati non compare nell'omicidio del Presidente della Regione siciliana egli è certamente implicato,non so se in prima persona,nell'omicidio del finanziere milanese Gamba.Ma oltre all'attività malavitosa sembra il Carminati abbia coltivato i suoi rapporti ad alto livello sempre prestandosi da sicario,come nel caso Pecorelli.Questo è il periodo più oscuro della sua biografia.Dovrebbe essere implicato insieme a Valerio Fioravanti in omicidi avvenuti fuori dai confini dell'Italia,omicidi eccellenti,probabilmente di banchieri.In ogni caso ha avuto contatti con ambienti del sottobosco finanziario piduista e legami con grandi trafficanti internazionali di armi e droga".Abbatino rivela l'11 dicembre 1992 al giudice Istruttore di Milano che "Massimo Carminati gli confidò di disporre di conti segreti presso banche svizzere e che a questi conti era possibile accedere soltanto tramite un codice segreto".

Chiedo lumi a chi ha lavorato sulla base delle inchieste iniziate dal giudice Mario Amato. Loris D'Ambrosio è una sorta di memoria informatizzata."Tutti gli atti criminali compiuti dal gruppo Alibrandi-Carminati erano coperti da una certa omertà.Per questo non mi stupisce che nessuno parli .Una rapina di autofinanziamento oppure l'uccisione di Amato sono atti politici ma omicidi come quello del Casoretto o di Valerio Verbano non posso rivendicarli direttamente perché qualche militante potrebbe chiedermi conto di quello che si è fatto.Il gruppo della destra romana era certamente conosciuto dai servizi .Nel caso di Fausto e Jaio ,gli altri componenti del commando potrebbero aver agito a fini strettamente politici,magari per vendicare la morte di Franco Anselmi ma Carminati per fare un favore a qualcuno.Una delle motivazioni poteva essere la seguente:andiamo a Milano perchè ci sono dei rossi che tentano di ghettizzare i nostri camerati ma i milanesi non possono entrare in azione altrimenti sarebbero subito conosciuti.Io lavorai sul caso Fausto e Iaio,tanto che nel processo Nar 1 comparve nei capi d'imputazione.Indagai sulla posizione di due soggetti:Mario Corsi e Guido Zappavigna.Fu Carmine Scotti a scoprire alcune novità in quello che potremmo chiamare l'asse Roma-Cremona-Milano".Scotti è un poliziotto che non ha mai perduto la speranza di giungere ad una verità sul caso di Fausto e Jaio.Capelli lunghi dietro e una simpatica pelata ,camicia a righe,cravatta.Scotti è da sempre impegnato nel sindacato di polizia,un uomo colto,che legge gli atti processuali attentamente,senza perdere quel filo di memoria che fa grande un investigatore.Lui e' alla narcotici di Milano nell'anno di Fausto e Jaio,conosce i meccanismi del traffico di stupefacenti ,il viaggio dei carichi di eroina.Ha in pugno Milano.Oggi è come era allora,con qualche capello in meno ma con la stessa disponibilità.Mi attende nel suo ufficio alla Questura di Cremona.Lavora nell'ufficio politico,il solito via vai delle piccole città,qualche grana ogni tanto,gli ultrà della Cremonese,qualche fatterello di cronaca ma niente a che spartire con quello che accadeva allora,nella sua Milano."Ero già alla Digos ,poi diventai maresciallo alla narcotici.Inizialmente sembrava che su Fausto e Jaio ci fosse un nesso tra droga e politica ,così mi affidarono il caso.La mia attività di ricerca è partita subito:misi tutte le energie per scoprire cosa si celasse dietro il duplice omicidio.Si vociferava che era un fatto di droga ma in pochi secondi mi accorsi che i due vennero uccisi da fascisti che venivano da lontano.Era un'esecuzione a tutti i livelli.Non poteva certamente maturare nel mondo della droga:se fossero stati piccoli spacciatori li avrebbero aspettati,picchiati,magari minacciati di morte.Per scomodare un grande spacciatore ci doveva essere dietro uno sgarro di tre o quattro chili di eroina.Fausto e Jaio non potevano sapere. Capì presto che erano professionisti,era gente che veniva da un giro diverso da quello di chi vende droga:si vestivano bene,persone di un certo ceto sociale.Mi convinsi che provenivano da Roma,nell'ambiente della destra eversiva.Mi trasferirono a Cremona.Senza volerlo mi trovai in mezzo all'inchiesta.Fu anche la prima che incrociò in qualche modo i Nuclei Armati Rivoluzionari,sul finire degli anni settanta,proprio nel momento della loro più frenetica attività eversiva. Controllai le mosse di Mario Spotti.Andai a casa sua ed effettuai una perquisizione.Trovammo munizioni calibro 7,65 e una lettera del 4 febbraio 1978 dove Mario Corsi ,militante romano dei Nar e appartenente al gruppo Prati chiede aiuto a Spotti per il movimento.Interrogammo a lungo Spotti.Lui disse che quelle cartucce le aveva ricevute da Franco Anselmi,poco prima che fosse ucciso davanti all'armeria di Danilo Centofanti.Dalla lettera di Corsi capimmo molte cose.Si parlava della pistola e Spotti diceva a Corsi di stare tranquillo,che tutto era a posto.Frugammo a casa di Spotti ma della 7,65 che uccise Fausto e Jaio,nessuna traccia".Il 10 dicembre 1993 il quotidiano Cronaca Padana fa il punto sulle indagini.L'articolo porta la firma di Mario Silla.E' uno dei pochi pezzi dettagliati sulla storia di Fausto Jaio.Parla delle indagini del giudice milanese Guido Salvini che emette nel 92 tre avvisi di garanzia ."Tutto fa pensare che il magistrato milanese stia seguendo le stesse orme dei giornalisti Umberto Gay e Fabio Poletti .Il loro lavoro di controinformazione fu approfondito.Riuscirono a dimostrare la presenza di due estremisti di destra romani:Mario Corsi e Guido Zappavigna. Quest'ultimo, all'epoca,era militare presso la caserma Col di Lana mentre Corsi aveva parenti all'ombra del Torrazzo e frequentava ambienti della destra cremonese.In particolar modo erano entrambi legati a Franco Anselmi".Il pezzo non è avaro di particolari."Dopo l'omicidio la Digos di Cremona su incarico del giudice Spataro,perquisì la casa di Mario Spotti.La pistola non venne ritrovata ma a casa sua si rinvennero alcune munizioni dello stesso calibro. Spotti disse di aver gettato la pistola nel Po.Le coincidenze devono essere sembrate troppe ai magistrati:la pistola appartenuta,secondo quanto ammesso da Spotti e da Franco Anselmi(lo stesso calibro che freddò due ragazzi del Leoncavallo,la presenza assidua dei due amici dello stesso estremista ucciso nell'armeria,la rivendicazione da parte della sedicente Brigata Anselmi).Un cocktail di coincidenze che ha fatto muovere dapprima la Digos di Cremona e recentemente il giudice Salvini che per due volte venne nella nostra Questura ad interrogare tre cremonesi,già militanti di destra,che avevano conosciuto Mario Corsi e Guido Zappavigna.Forse per quel delitto consumato sul fare della sera,in pieno sequestro Moro ed in una Milano blindata dalle forze dell'ordine,è giunto il monento di assicurare alla giustizia i colpevoli.Ma dalle modalità di fuga dei killer e dalle protezioni che hanno avuto sorge il dubbio che qualcuno possa aver guidato dall'alto l'ennesimo episodio della strategia della tensione".(Brani tratti dall'articolo di Cronaca Padana).La pista cremonese viene imboccata da Armando Spataro che nell'ottobre del 79 perquisisce le case di vari neofascisti ,tra cui Mario Spotti e arresta Luigi Ronda e Angelo Caleffi. Nell'abitazione di quest'ultimo la polizia trova due pistole 7,65 e una 38,oltre a materiale definito di propaganda. Ornella Rota sulle pagine della Stampa scrive:"Gli arresti di Ronda e Caleffi sono avvenuti casualmente nell'ambito dell'inchiesta,a loro carico infatti per il duplice assassinio non ci sono sospetti.Ma sembra che oltre alle armi,a casa di Spotti,Spataro abbia trovato documenti e in particolare una lettera inviata da un certo Mario Corsi.Si parlava di Fausto e Jaio precisando che l'arma era stata fatta scomparire,tutto a posto,puoi stare tranquillo".(La stampa del 26 ottobre 1979)Carmine Scotti offre la sua interpretazione dei fatti."Ronda e Caleffi non c'entravano con l'omicidio ma a Cremona era nato un sottogruppo che aveva contatti con i Nar.Se avessimo trovato l'arma,il killer sarebbe saltato fuori di lì a poco.Lavorai sodo ma se un omicidio non lo scopri nei primi quindici giorni è difficile trovare le prove.Mi accorsi che di tutte le rivendicazioni la più credibile era quella dell'Esercito Nazionale Rivoluzionario.Scappano verso il Centro Sociale Leoncavallo perché sanno che nessuno li può riconoscere.Uno di loro ha già sparato,è un professionista.Gli altri tentano l'emulazione,forse per loro è addirittura un battesimo di fuoco.Le motivazioni potevano essere molte.Bisognava vendicare Franco Anselmi,aiutare i fascisti milanesi in difficoltà,fare un piacere a qualcuno,colpire proprio dove le Brigate Rosse e i gruppi che le sostenevano erano più attivi,dimostrare che si era forti quanto quelli di sinistra.Ma c'è un fatto che accelera tutto.Bisognava cioè pareggiare i conti.Non ce l'avevano in specifico con Fausto e Jaio,forse loro erano gli anelli più deboli,quelli che al sabato andavano a casa della madre di Tinelli a mangiare,sempre alla stessa ora.La loro regolarità potrebbe aver indotto gli assassini ad agire".Un clamoroso depistaggio?Diversa risulta l'interpretazione di Umberto Gay e Fabio Poletti che nel loro dossier del marzo 1988 affermano che "tutto indirizza verso l'area dei Nar o,per meglio dire,di schegge parzialmente organizzate che possono circolare in quell'ambiente".Per i due giornalisti di Radio Popolare la distinzione va fatta."Dopo l'attacco armato e la tentata strage a Radio Città Futura si è aperta una profonda riflessione all'interno di quell'area della destra terroristica che porta a non puntare più allo scontro diretto con la sinistra,in particolare quella rivoluzionaria.Se tutto ciò è vero,l'omicidio del Leoncavallo non sarebbe stato motivabile politicamente per una realtà come quella dei Nar.Inoltre si sa che la componente milanese dei Nar(Cavallini ndr) aveva proprio nella zona Lambrate le proprie strutture logistiche e non sarebbe quindi il Casoretto la zona da colpire".Nel loro dossier non viene fatto il nome di uno dei possibili killer.Viene chiamato in codice Alfa."Bisogna attendere il luglio del 79 per avere in mano una pista precisa.Verso il 20 di quel mese si verifica a Roma una bestiale aggressione a colpi di cocci di bottiglia contro due giovani,Maria Florio e Antonio Mandrone,accusati di essere dei compagni.In ospedale,tra varie fotografie,Mandrone riconosce come uno degli aggressori un certo neofascista romano piuttosto noto e con alle spalle già varie denunce per fatti politici. A casa di Alfa vengono trovate delle fotografie di Fausto e Jaio e dei funerali dei due giovani e corrispondenza con Mario Spotti e altri fascisti di Cremona.Da quella aggressione sarà scagionato perchè altri camerati forniscono un alibi credibile".Gay e Poletti descrivono minuziosamente l'operato di Alfa."Ha sempre circolato intorno a giri importanti come il Fuan della Balduina e i Nar senza però essere accettato del tutto.Una persona,quindi,frustrata nelle sue ambizioni politiche desideroso di mettersi in luce in un certo ambiente.Nel corso degli anni ha accumulato altre nefandezze che lo hanno portato in carcere.E' stato imputato di un omicidio bestiale(Ivo Zini,militante del Pci,ndr) e inseribile nella più bieca logica dell'anticomunismo viscerale.Condannato in primo grado,è stato assolto in appello.Alfa ha a Cremona dei parenti che va a trovare spesso,così qualche volta frequenta Milano per contatti con ambienti neofascisti cittadini. All'epoca Alfa ha 19 -20 anni,è alto circa 1 metro e 70,corporatura robusta.Nel marzo del 78,nei giorni a cavallo e durante il sequestro Moro,giungono varie segnalazioni sulla presenza di una squadra di neofascisti romani in trasferta a Milano e Cremona.Fra questi c'è sicuramente Alfa.Sarà a Cremona nei giorni seguenti il sequestro Moro,non verrà direttamente da Roma ma si fermerà prima a Milano .Spotti confermerà la circostanza .Alfa sarà nuovamente a Cremona nel settembre 78 e nel maggio 79 dove da una mano ai missini locali per la campagna elettorale.In questi rapporti si inserisce il sospetto che Alfa,Spotti e altri potessero coinvolti nel furto di materiale esplosivo in Lombardia".Fin qui c'è la descrizione. Nell'inchiesta di Gay e Poletti emerge un ipotetico quadro probatorio."Almeno tre neofascisti romani pentiti indicano in Alfa uno dei responsabili dell'omicidio di Fausto e Jaio.Uno tra questi sembra abbia testimoniato come Alfa gli avesse personalmente raccontato della propria partecipazione al massacro di via Mancinelli mentre si trovavano in carcere insieme e prima del pentimento del teste".Loris D'Ambrosio ricorda:"Alcuni di loro provenivano dal gruppo Mikis Mantekas che stava in Piazza Risorgimento. Erano anche accusati di rapine e detenzioni di armi,usavano spesso impermeabili bianchi,era un modo di vestirsi che piaceva tanto ad Alessandro Alibrandi.Nel corso del processo Nar 1 emerse un interrogatorio che parlava dell'omicidio di Fausto e Jaio.Era certamente un omicidio Nar anche se non c'erano allora elementi di prova schiaccianti a carico di qualcuno. Così mandammo le carte ai giudici di Milano.Alcune tracce indiziali le avevamo avute dal lavoro di Armando Spataro e Carmine Scotti.".Nella sentenza di primo grado della strage di Bologna c'è un accenno sui rapporti tra il gruppo Prati e la città di Milano."C'era uno scambio tra militanti della destra romana e quelli milanesi".Stefano Soderini,il 22 giugno 1988 racconta : "A Milano fu Brunello Tortora ad allacciare rapporti con soggetti politici fuoriusciti dal Msi per occuparsi del periodico Costruiamo l'azione. A Milano mi recai più volte in compagnia di Tortora,Marco Compare e Daniela Molinari. A questo ambiente milanese Tortora era giunto tramite Mario Corsi detto Marione e Marco Di Vittorio dei quali Tortora mi diceva responsabili dell'omicidio del militante del Pci Ivo Zini".

Nel marzo 1992 arriva la svolta con i tre avvisi di garanzia.Non sono la verità,neppure una sentenza di condanna ma per la prima volta qualcosa si muove per davvero.Luca Fazzo di Repubblica prova a spiegare il senso dell'inchiesta ."Tassello dopo tassello,interrogatorio dopo interrogatorio Salvini ha ricostruito lo scenario più credibile di quel delitto,che chiama in causa gli ambienti peggiori del neofascismo,ai Nuclei Armati Rivoluzionari e alla delinquenza comune".(La Repubblica del 17 marzo 1992).Viene accertata la presenza di un basista rimasto per il momento senza volto anche se la rosa dei personaggi si è ristretta a tre o quattro nomi. L'inchiesta acquisisce un riscontro importante:dai registri di un albergo nel centro di Milano emerge il nome dell'uomo che viene indicato come l'armiere del gruppo."C'è un nome-conclude Luca Fazzo-che nell'inchiesta è indagato per l'omicidio di Fausto e Jaio:è Mario Corsi,detto Alfa,militante dell'estrema destra romana".Lo stesso Corsi viene coinvolto nelle indagini per l'omicidio del giovane simpatizzante del Pci Ivo Zini,avvenuto il 28 settembre 1978,intorno alle 21,45.Due giovani a bordo di una vespa bianca passano davanti alla sezione comunista dell'Alberone,rallentano la marcia e quello che siede sul sedile posteriore,dopo essersi calato sul viso un passamontagna,esplode alcuni colpi di pistola contro tre ragazzi che stanno consultando la rubrica degli spettacoli sul numero de l'Unità. Zini cade fulminato da un colpo al cuore,l'amico Vincenzo Di Blasio rimane ferito.Sono i Nar a rivendicare l'agguato.Interrogati Cristiano Fioravanti e Patrizio Trochei dichiarano che a ucciderli furono Mario Corsi e Marco Di Vittorio.Il giudizio dell'ambiente è negativo.Duro quello di Giusva Fioravanti che sottolineava "la sostanziale povertà politica e organizzativa degli autori"

LE CARTE DELLA MEMORIA

Il materiale sul delitto del Casoretto è tanto ma sparso in mille rivoli. I documenti più importanti stanno accatastati negli armadi del giudice milanese Guido Salvini .Un ex militante del Movimento Lavoratori per il Socialismo ricorda che l'organizzazione teneva un archivio con molti ritagli di articoli di stampa riferibili alle molteplici attività dell'estremismo di destra."C'è ancora questo materiale?-gli chiedo."Certo- mi risponde -lo puoi trovare all'Istituto di Storia della Resistenza,a Sesto San Giovanni".Un lunedì pomeriggio li chiamo,sono gentili."Vieni pure,possiamo darti quello che abbiamo avuto"-mi dicono.Salgo le scale,due persone mi portano un quadernetto con l'indice dell'archivio ufficiale dell'organizzazione ora disciolta.E' lì che tra mille fogli trovo un vecchio pezzo del quotidiano la Sinistra.Poche righe,scritte di getto il 19 aprile 1981 mentre a Roma era in pieno svolgimento l'inchiesta sui gruppi di estrema destra eversiva."Gilberto Cavallini e Giorgio Vale,fascisti latitanti,sospettati di essere fra i killer del giudice Mario Amato,sarebbero gli assassini di Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci,i due ragazzi di sinistra ammazzati a revolverate a Milano la sera del 18 marzo 1978,in via Mancinelli.Il duplice omicidio è infatti fra le azioni attribuite ai fascisti nell'ambito dell'inchiesta romana sul terrorismo di destra conclusa da pochi giorni.Torna così alla luce la pista nera gridata a gran voce da centomila persone che a pochi minuti dall'esecuzione scesero in piazza e sfilarono in corteo per le vie di Milano".E' un fatto nuovo,mai emerso.Voglio saperne di più. Così sfoglio quelle pagine ingiallite,ritagli di vecchi giornali corredati da alcuni appunti scritti a mano.Tutto sembra ordinato,raccolto in cartellette rosse.Alla voce "Gilberto Cavallini" trovo un pezzo del Corriere della Sera a firma di Massimo Nava."Cavallini è coinvolto con altri killer neofascisti,in alcuni dei più efferati delitti attribuiti ai gruppi dei Nar e di Terza Posizione:gli assassini del giudice Mario Amato,dei poliziotti Franco Evangelista e Arnesano,del carabiniere di Monza Ezio Lucarelli,dei due carabinieri uccisi nel febbraio 1981,degli studenti milanesi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci".Chiamo Umberto Gay che a proposito di Cavallini mi racconta qualcosa di inedito."Poco dopo l'omicidio di Fausto e Jaio Alibrandi,Fioravanti e Cavallini passano davanti a via Mancinelli".Alibrandi dice a Cavallini una frase d'effetto: "E' qui che vi siete fatti i due ragazzi del Leoncavallo ?".Cavallini,secondo il racconto giornalista di Gay, negò con forza più volte.Un legame tra Cavallini e Carminati c'è .Lo sostiene l'ex magistrato Loris D'Ambrosio."Ebbi una segnalazione che il latitante Cavallini aveva intenzione di lasciare l'Italia,attraverso il confine svizzero. Così mandammo la polizia a Gaggiolo".E' il 21 aprile 1981,tre anni dopo l'uccisione di Fausto e Jaio.Una Renault 5,azzurra,rallenta a pochi metri dal guard rail a fari spenti. A bordo ci sono tre giovani che tentano di passare la frontiera.Sono terroristi di destra.La Svizzera è un rifugio sicuro per l'eversione.Da Gaggiolo esce anche Antonio Braggion,il killer di Claudio Varalli ,e Angelo Angeli.Gli uomini di Roma e Varese sono appostati a pochi metri dalla rete di confine.Stretti in un furgoncino aspettano da ore quella macchina.In una piantina trovata in un covo romano dei Nar ci sono le indicazioni su questa frontiera.Sono le 22 di lunedì,al valico del Gaggiolo,10 chilometri a nord ovest di Varese.Intimano l'alt ma la Renault prosegue.Echeggiano spari e sventagliate di mitra,le pallottole trapassano i vetri della vettura.Due giovani scendono,fuggono a piedi.Si sentono da lontano altri spari. I terroristi alzano le mani e si arrendono. I poliziotti si avvicinano.Un ragazzo che avrà 23 anni giace sul sedile posteriore della macchina con un proiettile conficcato nella testa.E' Massimo Carminati. A quell'appuntamento i poliziotti attendono però il ricercato Gilberto Cavallini.Nelle tasche di Carminati trovano circa 25 milioni fra lire italiane e dollari,diamanti e gioielli di minor valore,cioè una parte del bottino di numerose rapine che i gruppi neri,in contatto con la malavita comune e la Banda della Magliana,realizzavano.Con Carminati la polizia arresta Domenico Magnetta,l'uomo che conosce le strade ed i passaggi possibili,che ha tenuto i contatti tra l'Italia e la Svizzera e Alfredo Graniti."Cercando Cavallini trovammo Carminati.Non le sembra una coincidenza?"-dice Loris D'Ambrosio.

Secondo il racconto di Izzo alla Digos di Bologna, Carminati sarebbe la cinghia di trasmissione tra Banda della Magliana e destra eversiva. Alle attività della nascente holding criminale partecipano esponenti del neofascismo che vengono mesi prima introdotti nel giro malavitoso da Franco Giuseppucci detto Il Negro e da Danilo Abbrucciati.Il gruppo fa capo a Massimo Carminati,Alessandro Alibrandi e Claudio Bracci.Al giudice istruttore di Bologna,Cristiano Fioravanti afferma che "quelli della Magliana davano indicazioni sui luoghi e sulle persone da rapinare:Carminati,Alibrandi e Bracci devono recuperare i crediti della Magliana e di eliminare persone poco gradite".Giovanni Bianconi nel suo "Ragazzi di malavita" racconta."I contatti tra i ragazzini del terrorismo nero e i grandi della Magliana cominciarono tra la fine del 77 e l'inizio del 78,quando qualcuno dei neofascisti era minorenne. A quell'epoca la sigla dei Nar non esisteva,ma i giovani spontaneisti dell'estremismo di destra avevano già i loro morti,provocati e subiti. A parte la guerra politica che combattevano erano affascinati dalle armi,dal guadagno facile,dalla vita da duri e furono comode prede di chi si faceva pochi scrupoli ad utilizzarli.Cominciarono a portare a ricettatori e trafficanti di droga i bottini delle loro rapine a gioiellerie e filatelie;i primi guadagni li fecero così,poi passarono alle banche.In seguito,dopo aver dato prova di affidabilità ed efficienza,ai piccoli terroristi che crescevano furono affidati compiti più delicati come il recupero crediti e qualche omicidio".Cristiano Fioravanti,fratello di Giusva viene interrogato il 21 giugno 1985."Vengo invitato a riferire in particolare su quanto mi risulta sulla Banda della Magliana e sui rapporti di questa banda tenuti con la destra. I primi contatti avvennero in epoca precedente alla morte di Franco Anselmi,il 6 marzo 1978.Successivamente essi furono mantenuti dal gruppo che faceva capo a Massimo Carminati,Claudio Bracci e Alessandro Alibrandi mentre io mi limitai a compiere un attentato ad un benzinaio posto in via perpendicolare alla pineta Sacchetti,Valle del diavolo"(dalla requisitoria del Pm Giovanni Salvi,6 aprile 1991,nell'istruttoria dell'autorità giudiziaria di Roma sul delitto Pecorelli).E' la prova che nei giorni dei preparativi per l'omicidio di Fausto e Jaio a Roma si salda quel legame tra nascenti Nar e Banda della Magliana.Ma c'è di più.Nel gennaio 1978 i cosiddetti "fascisti banditi" hanno necessità di rivendere preziosi e di riciclare i proventi dalle rapine, e trovano Giuseppucci e Abbrucciati,pure loro di destra.Secondo Maurizio Abbatino "Franco Giuseppucci aveva messo Carminati in contatto con Santino Duci,titolare di una gioielleria in via Colli Portuensi,il quale ricettava i preziosi provento di rapine ad altre gioiellerie e orefici,liquidando a Carminati il contante che questi riciclava e reinvestiva mediante lo stesso Giuseppucci".Delle attività di Carminati parla il giudice istruttore Lupacchini attraverso il racconto del pentito della Magliana,Maurizio Abbatino."Erano attività che per certo Carminati e i suoi svolgevano per conto di Franco Giuseppucci ma non nell'interesse della banda,era il recupero crediti nei confronti dei debitori che si rifiutavano o non erano in grado di far fronte ai loro impegni.Era questa un attività che svolgevano anche nel proprio interesse,considerato che anche il denaro del gruppo Carminati era oggetto di prestiti a strozzo di Giuseppucci.Per capire meglio i rapporti tra Giuseppucci e Massimo Carminati occorre tener presente il comportamento della banda,stante l'attenzione da cui era circondata,si era imposta per dare all'esterno l'impressione di un frazionamento in gruppi tra loro scollegati".Pochi mesi prima,nel luglio 1977 con l'uccisione dell'allibratore clandestino Franco Nicolini,si tiene il battesimo di fuoco della Banda della Magliana.Gianni Flamini nel suo libro "La banda della Magliana"(Kaos Edizioni) ricorda quali sono le alleanze che si mettono in campo."Oltre al legame con la camorra cutoliana,attraverso Nicolino Selis la banda acquisisce il contributo tecnico politico del professor Aldo Semerari a cui fanno riferimento vecchi camerati come l'anziano professor De Felice e il giovane terrorista Paolo Aleandri :i tre esponenti neofascisti sono legati al Venerabile Maestro della loggia P2 Licio Gelli e alla P2 sono affiliati magistrati,dirigenti delle forze dell'ordine e soprattutto i capi dei servizi segreti sia di quello militare(Sismi,comandato dal generale Giuseppe Santovito,tessera 1630) che civile(il Sisde,diretto dal generale Giulio Grassini,tessera 1620)".Importanti suggerimenti su queste alleanze giungono dalla requisitoria del processo d'appello sulla strage di Bologna.E'il sostituto procuratore della Repubblica Franco Quadrini che parla."Accade spesso e necessariamente che i contropoteri gravitanti al di fuori della legalità dell'ordinamento,o alcuni di questi,si incontrino tra loro.Le ragioni possono essere molteplici:la comunanza di intenti,cioè la necessità di nascondere se stesse e di coprire le proprie azioni illegali;l'ulteriore necessità dei protagonisti dell'eversione politica di compiere atti tipici della delinquenza comune,per sfida o per bisogno di autofinanziamento:l'esigenza di aiuto reciproco,rivolgendosi sempre più spesso le organizzazioni criminali ai circuiti propri del mondo politico-istituzionale che,per ragioni di profitto e di impunità,contatta quelle organizzazioni ai fini di vantaggio e di strumentalizzazione politica. Così è avvenuto anche nella realtà dei collegamenti vissuti tra la criminalità politica e la delinquenza comune,costituita dalla cosiddetta banda della Magliana."

Massimo Carminati prende quota nel suo gruppo ma anche nella Banda e si vanta di avere appoggi anche all'interno della polizia.Lo dirà ad un altro affiliato della Magliana,Claudio Sicilia,a proposito delle indagine sulla morte del tabaccaio Teodoro Pugliese,compiuto da Albrandi e Carminati ."Carminati si disse molto preoccupato di una richiesta di accertamento fatta dal pubblico ministero nel corso di un processo su un'impronta digitale rilevata sull'auto rubata e usata per l'omicidio.In un altro colloquio Carminati mi disse che tramite conoscenze altolocate alla Criminalpol era riuscito a contattare il perito incaricato dell'indagine o comunque ad arrivare a persona vicina,sempre della Criminalpol così da alterare l'impronta oggetto dell'accertamento".(interrogatorio del 7 novembre 1986).C'è un rapporto dei carabinieri del 1986 citato nel mandato di cattura del giudice di Roma Lupacchini ."E' un personaggio notoriamente collegato al gruppo della Magliana con il quale ha condiviso non pochi interessi finanziari.Noto appartenente alle organizzazioni eversive di estrema destra come Terza Posizione e Nar,è risultato collegato ad elementi di spicco della Banda della Magliana,in particolare con Maurizio Abbatino e Ettore Maragnoli.E' segnalato come componente di un sodalizio criminoso facente capo allo stesso Maragnoli e a Giorgio Paradisi,dedito anche all'organizzazione del gioco d'azzardo e al traffico di sostanze stupefacenti".

A Milano Gilberto Cavallini e il gruppo Nar possiede un punto di appoggio,poco distante dal quartiere Casoretto.E' la carozzeria Luki di via Ofanto,proprio sotto i ponti della tangenziale est,al Parco Lambro.E' un posto isolato,adatto per riciclare le auto rubate.La Banda della Magliana cerca un patto di ferro con Francis Turatello per spartirsi l'ingente bottino del narcotraffico in un mercato praticamente vergine.Fausto e Jaio gireranno per quei luoghi, Casoretto, Parco Lambro,quartiere Lambrate-Città Studi.Torneranno a casa e registreranno le loro impressioni e le informazioni sui nastri Grundig di Fausto.I contatti tra gruppi della destra romana,la malavita organizzata e il potere politico-criminale sono all'ordine del giorno.E Milano fa da sfondo alle crescenti attività.Indicazioni specifiche di un intreccio di interessi della Banda della Magliana,ambienti politici e Cosa Nostra sono emerse nell'ambito delle indagini sul tentato omicidio di Roberto Rosone,vicepresidente dela Banco Ambrosiano commesso a Milano il 27 aprile 1982.A sparare fu Danilo Abbruciati che perse la vita in un successivo conflitto a fuoco e Bruno Nieddu.Al processo erano imputati Ernesto Diotallevi,Flavio Carboni e indiziati Pippo Calò(il cassiere della mafia) e GianMario Matteoni.Ma è con il rapimento Moro che si stabilisce un contatto ufficiale tra la Magliana e i servizi ,il SuperSismi di Santovito,Belmonte e Musumeci legati al progetto di LicioGelli.Passano poco più di trenta giorni da quel 16 marzo 1978 e il segno dei tempi viene scandito dai comunicati ufficiali delle Brigate Rosse. Un'anonima telefonata al quotidiano il Messaggero annuncia "l'avvenuta esecuzione del presidente democristiano".Viene fornito l'indirizzo esatto dove poter recuperare la salma. Moro,secondo l'interlocutore,sarebbe immerso "nei fondali limacciosi del lago Duchessa,località Cartone(Rieti),zona confinante tra l'Abruzzo e il Lazio".(Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani e sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro)E' un depistaggio.Chi materialmente scrive il documento è Antonio Chicchiarelli,detto Tony il falsario,un uomo della Banda della Magliana,è in ottimi rapporti con Massimo Sparti e con Danilo AbbrucciatiCon Massimo Carminati è amico di lunga data.La strada che porta al falsario della Magliana conduce direttamente agli ambienti finanziari,politici che stanno dietro alla banda. L'interesse economico della holding per le indagini sul caso Moro e all'omicidio Pecorelli è a 360 gradi.Secondo la Procura della Repubblica di Roma che stila la domanda di autorizzazione a procedere contro Andreotti"durante il sequestro Moro fu dato a Chicchiarelli l'incarico di dattiloscrivere il comunicato della Duchessa,incarico che il Chicchiarelli ha assolto con particolare perizia,la stessa usata nel comunicato in codice n.1 dove il falsario si è avvalso di una testina rotante analoga a quella utilizzata dalle Br per confezionare i documenti veri".C'è un episodio che lega queste nuove attività all'omicidio Fausto e Jaio.Il 21 Ottobre 1981,ad Acilia,vengono ammazzati il capitano di polizia Antonio Straullu e l'agente Ciriaco Di Roma.La rivendicazione è simile a quella del Casoretto.In tutte e due c'è il nome di Franco Anselmi.Straullu aveva portato a buon fine le indagini sul ritrovamento del borsello di Tony Chicchiarelli,avvenuto il 14 aprile 1979,pochi giorni dopo l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli,da parte di alcuni studenti americani.Lo consegnarono ad Antonio Cornacchia,allora comandante del reparto operativo dei carabinieri e affiliato alla Loggia P2.Il borsello contiene undici pallottole calibro 7,65,una testina rotante IBM,un mazzo di nove chiavi,due cubo flash,fazzolletini di carta identici a quelli usati per tamponare i fori delle pallottole nel corpo di Aldo Moro,una cartina autostradale della zona di Amatrice,Lago di Vico e Lago della Duchessa.Nel borsello del falsario si troveranno le fotocopie di quattro schede che indicano i nuovi bersagli delle Brigate Rosse,Pietro Ingrao,l'avvocato Giuseppe Prisco,il giudice Achille Gallucci e Mino Pecorelli.Straullu aveva firmato tutti i rapporti inerenti al ritrovamento di quel borsello.Le indagini del poliziotto avevano già individuato l'attività di Chicchiarelli,il ruolo della Magliana nel caso Moro.Straullu era a conoscenza dei legami tra i fascisti banditi e i servizi segreti di Santovito,Musumeci,Belmonte.Per i magistrati romani "il borsello,confezionato e fatto rinvenire dalla stessa persona,vuole chiaramente ricongiungere ad unità il delitto Pecorelli appena avvenuto ed il delitto Moro con inespresso ma esplicito riferimento ai falsi comunicati delle Brigate Rosse".Lo stesso Chicciarelli viene ucciso,tolto di mezzo perché sapeva troppo .Lo scambio di favori potrebbe essere continuato fino al 20 marzo 1979.Il protagonista sarebbe ancora Massimo Carminati ;secondo il racconto di vari pentiti , ucciderebbe il giornalista Mino Pecorelli,legato pure lui ai settori deviati dei servizi,affliato alla loggia P2,custode di una parte dei segreti dei memoriali di Aldo Moro,trovati,coincidenze del caso,proprio nel covo brigatista di via Montenevoso 8,davanti alla casa dove abitava Fausto Tinelli.

Il documento è di quelli importanti.Nella domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti si parla di elementi frutto di serrate indagini che avrebbero portato ad una conclusione non provata nel processo di primo grado: Pecorelli poteva conoscere il contenuto di materiale inedito,proveniente dal sequestro dell'onorevole Aldo Moro,rinvenuto in via Montenevoso.Il 6 aprile 1993 Tommaso Buscetta dichiara:"Secondo quanto mi disse Gaetano Badalamenti,Mino Pecorelli stava appurando cose politiche collegate al sequestro di Moro.Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare quei segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla Chiesa sono infatti cose che intrecciano tra loro".Secondo il sostituto procuratore della Repubblica di Roma Giovanni Salvi e il Procuratore Vittorio Mele "nel materiale riconducibile al covo di via Montenevoso vi erano ampi riferimenti alla persona del Senatore Andreotti e in particolare alla vicenda Caltagirone-Italcasse.Sia in relazione agli assegni emessi dalla Sir che in relazione al piano di salvataggio del gruppo Caltagirone per l'esposizione verso l'Italcasse,è emerso un interesse di gruppi finanziari e societari riconducibili a Giuseppe Calò,il cassiere di Cosa Nostra,e Domenico Balducci della Banda della Magliana".Tra i possibili esecutori si fa il nome di Massimo Carminati."Si è quindi valutato il materiale probatorio già raccolto circa la possibile individuazione degli esecutori materiali del delitto in soggetti appartenenti alla Banda della Magliana.Plurime convergenti dichiarazioni(Sordi,Calore,Tisei,Bianchi,Califano,Cristiano Fioravanti) indicavano i possibili esecutori materiali del delitto in Valerio Fioravanti e Massimo Carminati,esponenti dell'eversione di destra ma gravitanti nell'area della Banda della Magliana .(tratto dalla domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti)Buscetta il 6 Aprile 1993 davanti al Procuratore della Repubblica di Palermo Giancarlo Caselli,non è avaro di particolari."Come ho già riferito nel precedente interrogatorio Stefano Bontate,nel corso di una conversazione che ebbi a Palermo nel 1980,mi disse che l'omicidio Pecorelli era stato compiuto da Cosa Nostra da lui e da Badalamenti,su richiesta dei cugini Salvo.Quello di Pecorelli era stato un delitto politico voluto dai Salvo in quanto a loro richiesto dall'onorevole Giulio Andreotti".Il giornalista Mino Pecorelli venne freddato da un individuo che indossava un impermeabile bianco e una pistola 7,65,proprio come Fausto e Jaio al Casoretto.Coincidenze?"Pecorelli,raggiunta la propria auto(una Citroen verde posteggiata all'angolo tra via Tacito e via Orazio ,a Roma),mise in moto e ingranò la marcia;in quel momento,un individuo che indossava un impermeabile bianco bussò al finestrino;avvertendo il pericolo il giornalista allungò la mano per afferrare la pistola che teneva nel cruscotto ma venne raggiunto da un colpo calibro 7,65 alla bocca;prima di dileguarsi il killer aprì lo sportello della vettura e colpì Pecorelli con altri proiettili alla schiena,lasciandolo riverso senza vita sul sedile.Erano le 20,40".("I veleni di Op,le notizie riservate di Mino Pecorelli,edizioni Kaos,di Francesco Pecorelli e Roberto Sommella) Perché uccidere un giornalista?Il motivo del movente lo troviamo leggendo attentamente l'articolo che Pecorelli scrisse il 24 ottobre 1978,in occasione del primo ritrovamento dei memoriali di Moro.Il titolo è assai eloquente:"Memoriali veri,memoriali falsi"."Nella base milanese di via Monte Nevoso,accanto ai documenti strategici di grande importanza e,probabilmente sottovalutati dagli inquirenti c'erano la ricostruzione del sequestro Moro secondo il punto di vista della direzione strategica dei brigatisti,considerazioni autocritiche sull'operazione militare di via Fani e sulla gestione degli sviluppi,il memoriale scritto da Moro durante i 54 giorni di prigionia,gli schemi di alcune lettere che Moro non fece in tempo a scrivere,i testi di sei lettere anch'esse non inviate al destinatario e alcuni nastri magnetici con la viva voce del Presidente Moro"(Rivista OP del 24 ottobre 1978).Anche Tommaso Buscetta tira in ballo come esecutore materiale dell'omicidio Pecorelli Massimo Carminati ma non fa il nome di Giusva Fioravanti.Il pentito di mafia entra nei particolari."Ad ucciderlo fu Massimo Carminati,neofascista e killer della Banda della Magliana,e Angelino il biondo,alias Michelangelo La Barbera,uomo d'onore della famiglia di Passo di Rigano,un tempo legato ai boss mafiiosi Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo".Un altro pentito Antonio Mancini dirà che "sarebbero stati loro su richiesta dei cugini Salvo,i quali agivano per conto di Giulio Andreotti;committente dell'omicidio sarebbe stato l'ex magistrato fedelissimo ad Andreotti,Claudio Vitalone".( tratto dagli interrogatori di Buscetta e Mancini) .Sfoglio le decine di pagine che compongono la domanda di autorizzazione a procedere contro Andreotti.Sono fitte,piene di dati,indizi."Molti elementi potrebbero condurre a ritenere che gli esecutori materiali siano da ricercare in quel gruppo di criminali comuni e terroristi di destra aggregatosi intorno alla Banda della Magliana. Certamente,peraltro,le munizioni che furono utilizzate per uccidere Pecorelli provengono da quel ristretto lotto di cartucce al quale appartengono anche i proiettili sequestrati presso il Ministero della Sanità a Roma e nella disponibilità,tra gli altri,proprio di Massimo Carminati."Sempre dall'arsenale Carminati fornirà il mitra ,la valigetta e il contenuto da utilizzare nel depistaggio sul treno Taranto-Milano per sviare le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna.Il quadro si fa sempre più inquietante. Ma Carminati,come Calò,Vitalone,La Barbera,Andreotti saranno assolti dall’omicidio Pecorelli.

Sono sempre le carte a parlare.Le carte della memoria.Gran parte dei segreti del Casoretto stanno nascosti nei cassetti del giudice Mario Amato.Lui indica un percorso da seguire. Nar,Magliana,apparati dello Stato.E' ancora all'inizio della sua indagine.Non conosce ancora gli elenchi della P2,nè le connivenze tra quei fascisti di borgata e il sottobosco affaristico che li circonda.E' agli albori delle inchieste sulla destra eversiva.Per questo è stato ammazzato."Poco dopo l'omicidio di mio figlio mi recai a Trento- dice Danila- Attraverso un giornalista del quotidiano Alto Adige ebbi il sentore che la magistratura era sulla pista che portava ad ambienti di destra legati alla criminalità organizzata.Il giudice Carlo Palermo mi disse di aver parlato con il giudice Mario Amato.Era arrivato a scoprire che Fausto e Jaio erano stati uccisi da un commando venuto da Roma.Disse che erano fascisti.Amato lavorava su due casi almeno:le attività della destra eversiva a Roma e il caso dell'autonomo Valerio Verbano.Presi un appuntamento con Mario Amato ma il giudice venne ucciso qualche giorno prima.Volevo raccontargli i miei sospetti ed avere da lui delucidazioni". Amato e' giunto alla verità anche sul caso del Casoretto.Le sue carte vengono riprese dai magistrati D'Ambrosio ,Capaldo,Giordano,Guardata e Macchia.Un caso per certi versi simile a quello di Valerio Verbano,ucciso sotto i colpi dei Nar il 22 febbraio 1980.Valerio come Fausto e Jaio ha diciotto anni,studente del terzo scientifico,militante dei collettivi autonomi.Gli sparano mentre torna a casa da scuola,sotto gli occhi dei suoi genitori,legati e imbavagliati.Gli assassini sono tre.Uno di loro spara con un revolver di grosso calibro,cromato:un colpo secco alla nuca stronca la sua giovane vita di ragazzo di borgata,tra i palazzoni del quartiere Valmelaina,estrema periferia di Roma.Uno dei killers porta un impermeabile bianco.Il padre Sardo Verbano,racconta al Corriere della Sera gli ultimi secondi di vita di Valerio."Erano le 12,50.Rina,mia moglie,ed io abbiamo sentito suonare il campanello. C'era un giovane con uno zuccotto di lana in testa che ha chiesto di Valerio.Non le ha dato il tempo di rispondere e le è saltato addosso;intanto sono entrati altri due giovani.Avevano i passamontagna.Io ero in cucina.Ho sentito un urlo e dei rumori. D'istinto ho afferrato una sedia ma mi hanno subito immobilizzato:uno mi ha dato un calcio ai testicoli e sono caduto.Ci hanno trascinato nella camera da letto e ci hanno legato mani e piedi con un nastro adesivo".Così i coniugi Verbano aspettano la fine di loro figlio.Trascorrono cinquanta minuti e alle 13,40 Valerio apre la porta di casa.Nessuno assiste alla scena. I genitori riferiscono di "aver sentito i rumori di una colluttazione,poi si udì lo schianto di vetri in frantumi e un colpo soffocato".E' la pistola che lo uccide mentre Valerio grida a voce alta "mamma,mamma,aiuto".Il 19 settembre 1980,qualche mese dopo la morte di Verbano e del giudice Amato ,emerge dalle carte un filo che lega i due omicidi.Valerio scheda uno a uno i militanti dell'estrema destra romana,le attività segrete dei Nuclei Armati Rivoluzionari.Con pazienza e ricchezza di informazioni,Verbano raccoglie un dossier fitto di nomi e cognomi e di episodi tra cui l'uccisione di Roberto Scialabba,Ivo Zini,Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci,Walter Rossi.Quel fascicolo lo acquisisce Mario Amato :il magistrato trova strano che un giovane di sinistra è in grado di entrare in possesso di tanti dettagli sull'estremismo nero. I giudici di Bologna sono convinti che gli omicidi di Valerio Verbano e di Amato sono connessi e il legame sembra essere proprio il contenuto del dossier.Siamo nell'aprile 1979.Valerio Verbano viene arrestato per la detenzione di una pistola 6,35.Gli viene sequestrata una macchina fotografica e una quantità consistente di materiale scritto come quaderni,appunti,agendine.E' quello che Valerio raccoglie sulle attività illegali della destra romana,ragazzi di quartiere come lui,figli inquieti della piccola borghesia.Intende preparare un libro bianco sugli omicidi che i Nar avevano compiuto tra Milano e Roma.In quelle carte vengono annotati fatti specifici tra cui la "trasferta" in via Mancinelli,indicate alcune rapine di autofinanziamento.E raccolti cenni sulla nascita dei Nar,sui dissidenti di Terza Posizione.Dopo averlo ucciso i tre killer rovistano ovunque perché evidentemente cercano proprio quel dossier. I difensori di Verbano tentano di prendere visione del materiale sequestrato ma gli viene risposto che di quel dossier non vi e' traccia.Il fascicolo ricompare dopo la formalizzazione dell'inchiesta,il giudice istruttore Claudio D'Angelo passa una copia del materiale raccolto da Valerio Verbano nelle mani di Mario Amato che lavora a decine di processi riguardanti fascisti.Sono fogli preziosi.Lì Amato trova i riscontri a quanto ha già scoperto da solo.Come la pista che porta ai killer di Fausto e Jaio.Amato non ha trovato le prove ma e' giunto ad accostarsi alla verità.Manca poco.Giusto il tempo per vivere.Ai suoi colleghi lascia una frase che sa di testamento."Da solo non ce la faccio più".Nel suo isolamento Mario Amato ricostruisce pazientemente le mosse della destra eversiva,delle uccisioni dei giorni precedenti,delle attività di autofinanziamento.Parla spesso della sua convinzione che l'organizzazione fascista Ordine Nuovo,si fosse ricostituita sotto altro nome,dopo lo scioglimento ufficiale decretato dal ministero dell'Interno. "Ma chi sono i nuovi neri"-si chiede il giudice. E fornisce un'appassionata risposta."Il vertice dell'organizzazione-scrive- pesca nell'ambiente dei giovanissimi,appartenenti alla media e all'alta borghesia,figli di professionisti.Vengono da famiglie per bene.Insomma tra loro potrebbe esserci anche mio figlio"(tratto dal settimanale L'Espresso del settembre 1980).Amato e' instancabile e meticoloso,al punto di crearsi antipatie tra i suoi colleghi e con i legali degli imputati.Dopo pochi mesi dal suo trasferimento dalla procura di Rovereto diventa lui il titolare delle inchieste sul terrorismo di destra,il depositario della memoria storica.Rigido mentre applica le leggi,non accetta compromessi e quando il giudice concede a qualche imputato la libertà provvisoria c'e' sempre da aspettarsi il suo puntuale ricorso alla sezione istruttoria. A Rovereto lo ricordano ancora oggi come il magistrato che si e' particolarmente battuto contro la piaga degli infortuni nelle fabbriche e in difesa della salute pubblica.Il giudice alza il tiro dello scontro e attraverso gli appunti di Valerio Verbano ricostruisce ad uno ad uno gli omicidi che hanno insanguinato le piazze tra il 77 e il 78.Lui lavora da solo. I suoi capi non gli affiancano altri colleghi in questa pericolosa attività e più volte lo fa presente ai vertici della procura.E' il 23 giugno 1980.Amato esce di casa,come tutti i giorni e se ne va a piedi alla fermata dell'autobus. Dall'altra parte della strada si scorge una moto di grossa cilindrata,guidata da Giorgio Vale,Drake per gli amici.La moto si muove adagio.Alla guida c'è Vale,un giovane robusto,casco integrale calato sulla faccia,giubbotto blu.Sul sellini posteriore c'è Gilberto Cavallini,vestito abbastanza elegantemente di chiaro.Siamo all'altezza della fermata,Cavallini scende e aggirando la vittima ferma all'ombra di un platano,gli si avvicina alle spalle. L'azione è fulminea.In pochi secondi il killer estrae una pistola a tamburo,la punta alla nuca di Amato,proprio vicino all'orecchio destro e fa fuoco.Il giudice cade a terra sulla schiena,senza un gesto,gli occhi spalancati,le mani piegate in avanti,mentre la gente intorno scappa terrorizzata.Anni dopo la sentenza della Corte d'assise d'appello di Bologna rende giustizia al giudice Amato."Gilberto Cavallini ammetteva ogni addebito precisando che colui che era trovato con lui il giorno del delitto era Giorgio Vale e che la decisione di uccidere il dottor Amato era stata adottata da loro due in combutta con Valerio Fioravanti".Con Amato svanisce anche la possibilità di giungere nei primi anni Ottanta alla soluzione del duplice omicidio:senza l'ausilio dei computer e delle tecnologie informatiche il giudice trascrive su brogliacci un pezzo della memoria,ricostruito le connessioni tra destra eversiva e malaffare,forse intuito i legami tra sottobosco finanziario, economico e potere politico. I suoi nemici lo hanno capito. Così lo hanno eliminato prima potesse entrare nel vivo dell'inchiesta.

Perchè sono stati eliminati due ragazzi al Casoretto?Per coprire quale intrigo?C'è una spiegazione ai misteri?Sono le carte dei giornalisti.Molti di loro vanno vicini alla soluzione. Paolo Franchi,ora editorialista del Corriere della Sera,il 24 marzo 1978 sulle pagine di Rinascita prova a trarre qualche conclusione."Lorenzo Iannucci,Fausto Tinelli.Non sono nomi noti,questi dei due ragazzi assassinati a sangue freddo a Milano,mentre stavano andando a sentire un concerto in uno dei numerosi centri sociali di Milano,il Leoncavallo.Due ragazzi qualsiasi,proprio per questo espressione emblematica di una realtà giovanile diffusa. I killer che li hanno uccisi due giorni dopo il rapimento Moro,secondo un copione ormai classico della strategia della tensione hanno voluto,con ogni probabilità colpire nel mucchio. Fascisti,squadroni della morte o uomini di un racket della droga pesante che hanno lanciato un messaggio di morte in risposta alla battaglia di massa contro l'eroina che una parte cospicua del movimento giovanile va conducendo?L'interrogativo non ci sembra in fondo determinante;e non solo perché lo spaccio della droga è legato a triplo filo con il neofascismo. L'obiettivo di fondo rimane sempre lo stesso:accelerare la spinta alla criminalizzazione di una fascia estesa di nuove generazioni".Ennio Elena sull'Unità decide una posizione."Perché Fausto e Jaio,dunque?-si chiede il giornalista- Una verità è comunque chiara:chi stroncò le loro giovanissime esistenze si propose di scatenare altre violenze,di innestare una spirale di ritorsioni. Milano parò quell'attacco,sventò quell'insidia.Il pericolo più grave era l'obiettivo su cui puntavano gli stateghi del terrore:la rottura dell'unità popolare,la reazione violenta di chi non cerca alleati ma solo nemici,veri o presunti".Leggo le centinaia di pagine di volantini e dichiarazioni del Leoncavallo.Sono denunce.Qualcuna va nella stessa direzione ."Ad ucciderli furono elementi della famigerata Banda della Magliana,organizzazione malavitosa romana legata ai servizi segreti di cui compie il lavoro più sporco e allo stesso tempo si prodiga per grossi traffici di eroina e traffici scambi di armi,in cui i Nuclei Armati Rivoluzionari trovano una punta d'appoggio"(tratto da un volantino-ricostruzione del Centro).Adolfo Maffei del Giorno preferisce commentare quel giorno dei funerali di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.Sono ricordi in bianco e nero."L'urlo straziato della mamma di Jaio ha investito la piazza mentre sfilavano migliaia e migliaia di giovani:il pianto dirotto della donna,della sua disperata commozione.Si è conclusa così un'altra giornata amara per Milano,un'altra occasione di tristezza,fortemente appesantita dall'interrogativo che si sono posti i 100 mila che hanno salutato Fausto e Jaio.Perchè sono stati uccisi?".

IL BIANCO E IL NERO

La città è deserta,svuotata dalle macchine e dal rumore. Così ognuno rimane solo con se stesso .Solo l'allarme di qualche antifurto di auto,spezza il silenzio.Molti anni sono passati da quel 18 marzo 1978 e sembra sia trascorso un attimo.Come un lampo si ricompone il filo della memoria,quella di chi intende ricordare quei momenti,la strada,le piazze,i bar,i campetti assolati dove si gioca a pallone.Il tempo viene scandito da quella campana,forte,che suona puntualmente tre minuti prima e tre minuti dopo l'ora prestabilita.La stessa che forse,di sfuggita,hanno sentito Fausto e Jaio prima di morire.Via Mancinelli è uguale ad allora.Di giorno è vuota:si scruta da lontano solo qualche anziana signora con il suo cane e macchine che corrono via veloci.Il cancello è oggi pitturato di marrone.Nel luogo dove Fausto e Jaio trovano la morte ci sono fiori finti e tracce di petali secchi.Resiste alle inteperie e alle ingiurie del tempo una lapide:"ai compagni Iaio Iannucci,Fausto Tinelli,uccisi dai fascisti".Lo spazzino di quel quartiere ricorda il giorno dei funerali."Scriva che piansi tanto e che oggi,se passo di qui,mi viene la pelle d'oca.Ma io,quei fiori che portava la gente,non volli buttarli via.Sa noi spazziamo via tutto ma non possiamo cancellare i sogni ,lo scriva".I muri sono tutti dipinti a spray e la vernice si spreca. Lì,in mezzo a tanta confusione,qualcuno ha scritto una frase d'effetto."Costruiamo un segreto rancore che ha l'odore del sangue rappreso ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso".Proprio davanti al cancello vive il murales che i ragazzi del Liceo Artistico di via Hajeck disegnarono.Il muro è screpolato,il colore cade poco alla volta ma il senso di quel lavoro c'è tutto.Si vedono Fausto e Iaio nel mirino di un fucile ad alta precisione:sullo sfondo incombono sinistre ciminiere in una nera Milano e case di periferia sotto cieli grigi.Il muro avvolge la via,quello che costeggia il deposito dell'Atm di via Teodosio;i lampioni sono quelli di un tempo,di metallo,sporchi e incrostati ,in perenne movimento ad ogni accenno di vento;i pali in cemento affiancano quelli in ferro,verdi,arrugginiti.Sul marciapiede rimangono tracce di vernice rossa e bianca,segni degli anni.Nel punto dove cade Lorenzo Iannucci ora c'è un contenitore del vetro .Lì all'angolo c'è sempre l'edicola.Il quartiere non è granché diverso da quel marzo 1978 .Certo,qualche negozio non c'è più,la lavanderia è stata sostituita da un 'autofficina,la trattoria che Fausto e Iaio frequentavano ogni sera ora è un ristorante cinese,al posto di una palazzina c'è il nuovo edificio del Politecnico .La fisionomia del Casoretto è intatta tranne che per una cosa:quel centro sociale che un gruppo di giovani occupa nel 1975 viene divelto dalle ruspe.In quel vecchio fabbricone occupato , Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci trovano il senso della loro adolescenza,di quei diciotto anni che gli stanno addosso.Tra calcinacci,scalette,vecchie sedie da cinema parrocchiale,conoscono decine di ragazzi come loro spinti da un solo desiderio:cambiare quello che li circonda,ribellarsi all'oppressione di una città ,mostrare al mondo quel rifiuto,quel graffio al sistema.Al centro arrivano i primi gruppi teatrali come l'Elfo di Elio De Capitani e Gabriele Salvatores,tanti musicisti:Fabio Treves,Pfm,Mauro Pagani,Riccardo Zappa,Edoardo Bennato,gli Area.Si fa cultura,musica a non finire.Un vecchio trasmettitore permette di far ascoltare ad una parte consistente della città le note di Radio Specchio Rosso, che sta in un vecchio bugigattolo sul tetto del centro.Qualcuno organizza ,nell'ampio cortile, un'autorimessa .La notizia si sparge rapida e gli abitanti del Casoretto approffittano dei prezzi a buon mercato per portarci veicoli di ogni tipo. I bisogni aumentano e con loro anche il desiderio di sentirsi vicini ad altre persone con idee identiche alle tue.Negli anni Settanta il Centro è il ritrovo di quella sinistra un po’ "out" che cerca riparo dal sonno in cui versa Milano.E' un luogo di musica e di divertimento.Si sale la scala interna e sopra c'e' il bar con i tavolini :stanno lì per ore a raccontarsi di vita e di politica,di viaggi e di passioni.Fausto e Iaio sono con gli altri. Paolo Rossi,comico ormai passato dal teatro alla televisione, ricorda ciò che prova oggi quando pensa ai due ragazzini di via Mancinelli.Lo racconta " a braccio" ad Alberto Ibba nel suo libro "Leoncavallo-1975-1995 venti anni di storia autogestita."Il primo ricordo che ho del Leoncavallo è legato al lutto,al fatto grave.E' la prima immagine che ho,probabilmente c'ero passato anche prima ma questa è la prima immagine che mi rimane.Ho come dei quadri davanti agli occhi.Mi ricordo che era notte inoltrata quando da Porta Venezia è arrivato un corteo livido. Immagini,flash.Quel fatto aveva segnato tutti e per sempre.La cosa che mi ha sempre fatto piacere tutte le volte che ho partecipato a dibattiti sul Leoncavallo è che a un certo punto qualcuno si alzava e ricordava che tutto quello che era accaduto dopo,al di là dei giudizi sui comportamenti,era nato soprattutto da un lutto".

Il giro nel Casoretto continua con Azzurra e Lucia,ragazze del 96; guardano quella lapide ,i fiori,la vernice sul muro e si ammutoliscono,si rinchiudono in uno strano silenzio.Forse è tempo di parlare."Quando penso a gli anni Settanta -dice Azzurra-mi vengono in mente quelle immagini che ogni tanto la televisione ripropone.Erano anni inquieti,per chi era giovane la vita era difficile,sfuggente,si moriva per poco o nulla.Non so se le cose sono cambiate.La violenza di un tempo è diminuita.Si sfogano allo stadio.Avrei voluto viverli quegli anni Settanta,mi avrebbero fatto crescere in un modo diverso.Potevo vivere la storia anziché subirla passivamente.Oggi è diverso da allora,i giovani non sono interessati a cambiare il mondo.Si imbottiscono di televisione,di calcio e sport in genere,le moto".Lucia è più piccola di Azzurra.Blocca il discorso mentre camminiamo verso il Parco Lambro."Un tempo ci sono stati cambiamenti reali,trasformazioni che solo oggi possiamo apprezzare ma si trattava solo di qualcosa di esteriore. I meccanismi del potere erano più forti delle speranze dei giovani.Guarda cosa è accaduto a Milano con l'eroina.Ho letto che proprio sul finire degli anni Settanta ne morivano di ragazzi come mosche.Era un modo per toglierli di mezzo,annullando le loro capacità di critica e di impegno politico.Oggi penso che ci siano meno ragazzi che si fanno di ero.Non so,forse bisognerebbe vedere le statistiche ma tra i miei coetanei sono veramente pochi.Molti fumano spinelli ma è un'altra cosa,l'eroina ti ammazza per davvero e ti uccide prima dentro."Le due ragazze avranno la stessa età che avevano di Fausto e Jaio.Poco sanno dell'omicidio,dei mille misteri che lo circondano ma qualcuno le ha informate su ciò che accadeva a Milano negli anni Settanta ."Non siete riusciti a cambiare le persone-dice Azzurra- Dovevate partire da lì,dagli egoismi ,dalle piccole rivalse,dalle vendette,dai rimorsi. C'erano troppi idealismi,le tensioni erano grandi così come le utopie,c'era una rabbia atavica,un odio profondo. Dall'altro avranno anche manovrato ma alla base c'era e c'è tutt'oggi un esistenza sostanzialmente infelice,nessuno sbocco per il futuro,città sempre più chiuse,valori inesistenti".Lucia vuole fare qualche precisazione."Oggi come allora si fa di tutto per impedire che i giovani pensino a cambiare la società,ad interessarsi di politica così sono pochi,pochissimi quelli che si mettono a lottare per davvero per rivendicare i propri diritti.Io ho aperto gli occhi dopo le stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino .Dapprima mi sono indignata ma poi ho capito che non bastava,che non si poteva stare soli nelle proprie case,tra le certezze della famiglia ."Azzurra si ferma davanti al murale posto davanti al cancello marrone.E' il luogo dove Fausto e Jaio trovano la morte.Rimane allibita e scuote la testa."Non comprendo la violenza.Quando viene ucciso un ragazzo di diciotto anni ti chiedi se fossi stata io al suo posto,se fosse toccato proprio a me o a un mio carissimo amico.Non capisco come si possa uccidere in quel modo,senza pietà,cosa spinge gli assassini a non parlare dopo così tanti anni.Io sarei disponibile a morire per le mie idee.Loro magari non sono stati uccisi per quello che facevano ma per ciò che rappresentavano".Il colloquio con Azzurra e Lucia finisce qui.Oggi il centro Sociale Leoncavallo si è trasferito in via Watteau dopo essere stato sloggiato in malo modo dalla sua sede originaria ed essere stato parcheggiato in via Salomone per soli pochi mesi.E' diventato lo spauracchio della gente bene di Milano e della nuova destra che non comprende i problemi dei ragazzi nei quartieri.Chi va al centro,al di là dei più politicizzati,è gente strappata dai bar delle periferie.Sono mossi per lo più da una grande voglia di stare insieme.Al di là dei cenni violenti condannabili,il centro è un punto di riferimento per chi si è accorto di quanta infelicità si respira nelle case,nei bar,nei luoghi di lavoro. Lo spazio è ampio e la progettualità non manca:musica dal vivo,bar che servono in continuazione ottima birra fredda,cinema,arte in genere e "politica antagonista",la chiamano loro.Una sorta di città nella città dove tutto,anche i ricordi sembrano resistere al tempo.Mi avvicino a un ragazzino che avrà diciannove anni."Non ti preoccupare,non sono un poliziotto"-gli dico.Lui mi scruta dall'alto verso il basso."Cosa vuoi sapere allora?-dice."Sai,è per un libro su Fausto e Jaio".Si tranquillizza."Siediti vuoi una birra?".Ci si scioglie,così il discorso può iniziare."Ne ho sentito parlare molte volte.Erano due ragazzi che sono stati ammazzati dai fascisti ma dei killers non se ne è mai saputo niente.Penso che erano due come me,magari erano tempi diversi,c'era più violenza ma la rabbia è identica.Saranno cambiati gli obiettivi.Persone che avranno la tua età mi raccontavano che non si poteva andare in giro vestiti così,che si rischiava di morire ad ogni angolo della strada.I fascisti non scherzavano.Ora il pericolo è meno fisico nel senso che non c'è più lo squadrista con il coltello. I naziskins sono un fenomeno ridotto rispetto alla quantità di neofascisti armati che giravano impuniti.Quando penso a Fausto e Jaio non riesco a immaginare fino in fondo cosa stessero pensando poco prima di morire,quali erano i sogni di allora,se poi sono così diversi da quelli di oggi.Il desiderio di vendetta è ancora molto forte ma non so se la violenza è l'arma più efficace".Franco ha diciotto anni, è un frequentatore abituale del centro ma non fa parte del gruppo che tiene aperte le attività,ludiche e politiche."Di Fausto e Jaio ho sentito molte storie.So che con altri stavano preparando un libro bianco contro l'eroina e i fascisti che volevano spartirsi il mercato,li hanno uccisi per mera rappresaglia.E' una vicenda degli anni Settanta,non so se si può ripetere anche oggi.Di certo chi lotta per le proprie idee è il primo esposto alle violenze del potere.Dicono che il passato,di solito,non ritorna ma forse è meglio vigilare,non si sa mai che la realtà possa superare l'immaginazione".Alberto Ibba è un giovane scrittore.Conosce la storia di quel centro perché ha deciso di raccontarla in un libro."Il centro è diventato un punto di riferimento per quanti hanno voluto continuare il lavoro di inchieste e controinformazione sulla morte dei due ragazzi.Loro almeno hanno avuto il merito di ricordarli,ogni giorno,nella vita di tutti i giorni,davanti ai tribunali,negli uffici dei giudici.Sono rimasto stupito che dopo la morte di Fausto e Jaio non si siano continuate le inchieste che avevano contraddistinto il 79 e l'80.Forse il vuoto ha cancellato la memoria.Si poteva insistere sulla strada dell'eversione nera ma ci si è concentrati sulle dinamiche della città,lo spaccio dell'eroina.Non si è dato peso ad elementi che già all'inizio potevano essere riconoscibili.Già con le prime rivendicazioni si poteva capire molto di quel delitto. Perché certi approfondimenti non sono stati fatti.?

Al Casoretto c'è ancora chi non dimentica quel 18 marzo 1978e se si fanno domande su Fausto e Jaio nel Casoretto,il discorso è ancora vivo."Mi ricordo di Lorenzo- dice una donna che abita non troppo lontano da Piazza San Materno- Rideva sempre,contento,felice,con quegli occhi da bonaccione e i capelli al vento.Quando parlo di lui mi viene in mente la sua sincerità.Per molto tempo ho pensato a quello che è successo quella sera,ai funerali.Era un figlio di questo quartiere".Nei bar si continua a giocare a carte,a biliardo."Veniva sempre qui a comprare le sigarette-ricorda il tabaccaio- Jaio aveva una parola per tutti,magari faceva una partita a flipper e poi se ne andava".L'oratorio è rimasto più o meno lo stesso.Di pomeriggio si sentono le urla dei ragazzini che giocano a pallone.Partite interminabili che iniziano secondo regole ancora inventate sul momento. C'è l'out,il corner,l'area di rigore ma il portiere è volante per davvero,nel senso che può andare dove vuole e i falli sono cattivi. C'è anche chi si veste come i campioni:Mazzola e Rivera sono stati sostituiti da altri.Al primo goal la scacchiera,chiamamola così,si scompone,i pezzi si mescolano.Fausto e Jaio frequentano quell'oratorio fin poco prima di morire.Il sacrestano li ricorda."Impossibile dimenticare cosa accadde in quel marzo.Non frequentavano assiduamente l'oratorio ma il fatto che ogni tanto venivano qui ha reso tutto più duro.Erano ragazzini,con i loro sogni,le speranze,gli amori.Magari con la religione avevano ben poco a che spartire,però ragionavano,anche di politica e le fratture erano meno evidenti".Giovani del Casoretto,tengono viva la memoria di Fausto e Jaio.Lo fanno con un libretto di una ventina di pagine che raccoglie poesie,scritti ,foglietti,disegni."Dimenticarli sarebbe come ucciderli un'altra volta"-scrivono nell'introduzione-"Non erano dei leader e non amavano l'uso della violenza,eppure sono stati uccisi,forse il loro lavoro sullo spaccio aveva dato troppo fastidio o invece uccidendo due ragazzi come tanti altri che si occupavano di politica si voleva innescare qualche cosa di più oscuro".C'è un filo sottile che lega i comportamenti di chi è stato colpito dal terrorismo,chi ha avuto un figlio trucidato da otto colpi di pistola,martoriato da una bomba in una stazione,scaraventato a cento metri di distanza dalla violenza di un ordigno in una piazza,caduto da ottomila metri di altezza da un aereo bombardato da un missile,ucciso dentro una galleria ferroviaria mentre tornava a casa dai suoi genitori. C'è la speranza che un giorno si faccia giustizia per davvero.E' così per Danila Tinelli e Iaia Iannucci che aspettano la fine di un'inchiesta .E' così per Torquato Secci,segretario dell'Associazione Nazionale vittime delle stragi.Intervistato da Sergio Zavoli nel programma La Notte della Repubblica,Secci dirà:"La lunghezza delle indagini e degli iter giudiziari pesò ulteriormente e in modo decisivo sul mio dolore.Perchè era una tensione continua,che non trovava nessuna giustificazione.Noi eravamo convinti dei depistaggi che si verificavano e non accettavamo l'indifferenza con la quale questi depistaggi proseguivano portando i tempi a lunghezze eccessive.Mio figlio era di passaggio a Bologna,si era laureato al Dams.Era stato molto bravo,il professore lo temeva in grande considerazione.Stava guardandosi intorno per iniziare una propria attività e quel mattino doveva andare a Bolzano.Il treno sul quale viaggiava arrivò in ritardo,veniva da Viareggio.Dovette aspettare un altro treno che partiva dopo le 10,25,quello della strage di Bologna.Ma non è morto subito,è morto il 7 agosto dopo una penosissima trafila nella quale,tra cure e il resto,gli avevano tagliato la gamba destra.Era bruciato completamente,era bruciato anche un polmone.La sua agonia è stata terribile".Manlio Milani si è sempre battuto come un leone perché venisse a galla in tutta la sua drammaticità la verità su quella bomba messa dalla mano fascista in Piazza della Loggia,il 28 maggio 1974.La fotografia lo ritrae in mezzo alla piazza,in lacrime,stringendo un pezzo di bandiera rossa,quella del suo sindacato.Poi si è guardato intorno e ha giurato che avrebbe passato tutta la vita cercando quel filo di speranza che lo lega affettivamente agli altri."Non ho mai perso la speranza che un giorno si potesse far luce fino in fondo sui mandanti di questa e di altre stragi,se c'era una regia occulta comune.Per quegli otto morti e 94 feriti si è arrivati ad un centimetro dalla verità.Si tratta senza dubbio,di una strage di Stato"(tratto da una mia intervista per Italia Radio,durante la diretta sull'anniversario di Piazza Fontana,12 dicembre 1994).Daria Bonfietti è sorella di Alberto,uno dei passeggeri del Dc 9 Itavia,"scomparso " nel mare vicino a Ustica il 27 giugno 1980.La vita e il suo corso l'ha cambiata ma lei non si è persa d'animo.E' andata avanti e qualche risultato lo ha portato a casa."Il bisogno di verità e giustizia è più forte del dolore personale e privato.Ti porta ad agire concretamente,ad impegnarti,ad unirti con altri che sono nella stessa barca perché non vuoi sentirti complice dei silenzi.Nella vicenda di Ustica non ci sono più misteri.Penso che se intervisti cento persone in Italia ti diranno che quell'aereo è stato abbattuto per una logica di tipo militare.E' già un successo. A Danila Tinelli e Iaia Iannucci dico di continuare a cercare la verità,prima o poi arriverà,io sarò al loro fianco in tutte le loro battaglie".Dario Brutto era il fratello di Mauro,giornalista dell'Unità che ha seguito il caso di Fausto e Jaio.Prima di morire diceva:"Non mi arrendo.Voglio la verità su Mauro.Non fu un incidente; quella Simca 1100 scagliata a 70 chilometri orari che lo investì,il 25 novembre 1978 lo voleva uccidere.

Danila Angeli,in Tinelli, la madre di Fausto, non abita più in via Montenevoso 9 al primo piano. L’archiviazione non le ha fatto abbassare la testa. Quella verità lei la cerca ogni giorno,nello sguardo di un ragazzo,nella rabbia della vita. Ma mai nella solitudine.Nei giorni in cui si è messa la parola fine all’inchiesta su Fausto e Jaio,il nostro rapporto si è consolidato. Anche quello di tante persone che le hanno telefonato,per starle vicini,per non dimenticare quelle lunghe discussioni con Fausto,sulla vita e sulle cose,racchiuse in qualcosa che andava al di là di quello che si può instaurare tra madre e figlio.Anche se vive da un’altra parte,ogni volta che squilla un campanello fa una faccia come se sperasse che da un momento all'altro possano ritornare quei due ragazzi,in quella casa."Venivano sempre qui,si sedevano in quelle due sedie,intorno al tavolo,ridevano,scherzavano.Io preparavo da mangiare,il risotto che gli piaceva tanto".In casa c'è una gran confusione.Ma è la bontà degli occhi di Danila che colpisce.Mi accoglie come un amico.Suono il campanello,sono in ritardo,mi scuso.E intanto i cagnolini che ci sono lì attorno abbaiono per qualche minuto."Siediti,vuoi qualcosa da bere?"-mi dice Danila-"Fai come fossi a casa tua".E inizia a tirare fuori quel pezzo della sua memoria che sta racchiusa in alcune cartellette dove tiene custodite gelosamente "le cose di Fausto".Sono fogliettini scritti a mano,lettere d'amore,amiche che scrivono alla madre.Resistono al tempo i disegni che Fausto realizzava in casa.Sono schizzi,bozzetti,studi.

Due ragazzi che si abbracciano,un ritratto di Mikhail Bakunin,il simbolo degli anarchici,Che Guevara.Lei rimane lì,seduta sulla sedia,con gli occhiali che per la terza volta si sono rotti,i soldi che non sono mai abbastanza,la vita che costa cara. .Gira per la casa,da una stanza all'altra."Quel processo è un'utopia perché in tanti anni le speranze se ne sono andate.Penso che la parola giustizia debba essere cancellata dal vocabolario,il processo non si è mai aperto,siamo rimasti sempre alle indagini.Questo mi ha amareggiato molto e mi è rimasta poca fiducia negli organi istituzionali.E' stato fatto un funerale di Stato,dopo di che siamo stati abbandonati,come del resto molte vittime del terrorismo.Perchè esistono vittime di serie A e di serie C.I nostri sono di serie C".Danila vuole farmi leggere qualcosa di importante.Sono le cinque lettere ricevute da Francesca Mambro dopo che le aveva chiesto verità e giustizia sulla morte di Fausto."Chiedevo risposte precise ma sono arrivate delle lettere sconcertanti,dolci.Ma nessuna verità".Le ha scritto con la passione di una madre che cerca giustizia per la morte di un figlio."L'ho vista l'altro ieri in televisione.Mi sono subito interessata al suo viso,il suo comportamento,si vedeva che era diversa da altri terroristi.Si mordicchiava le labbra e si tirava su i capelli. Così mi è venuto in mente di scriverle.Ho pensato che lei sia finita dentro in questa storia un po’ per caso.Mi sembrava una bambina smarrita,che aveva perso la sua vita.Non scrivo a lei per sapere esattamente chi ha ammazzato Fausto e Jaio.Tanto lo sanno già tutti,conosciamo mandanti ed esecutori".Poche parole,scritte di getto.Danila è disperata ma trova la lucidità .In una missiva del 1 luglio 1991 Francesca Mambro scrive:"Al di là di ogni intuizione avrebbe appreso che anch'io sto cercando di capire chi ha ucciso i miei amici.Negli anni in cui a Milano è morto suo figlio,a Roma ci hanno ucciso Recchioni,Bigonzetti,Ciavatta,Di Nella,Pistolesi,Mancia,Cecchin.Nessuno ha mai indagato seriamente.Nessun pentito ha parlato e raccontato come si sono svolti realmente i fatti.Io non so chi ha ucciso suo figlio,se è stato un fascista.Non lo troverei strano a quei tempi si sparava sempre a casaccio da entrambe le due barricate.Non provenivano certamente dal nostro giro.Noi queste cose le abbiamo fatte e infatti stiamo pagando perché siamo stati i primi a voler affrontare il peso di certi morti che non interessano a nessuno.Capisco che lei non si dia pace anche grazie al disinteresse che la circonda. Neanche io mi rassegno .Per me è facile immaginare che suo figlio si sia inoltrato in una specie di paradiso e lì abbia fatto conoscenza con i miei amici e da lì cercano di capire chi gli ha dato questa fregatura,dove sta il trucco e l'imbroglio.La invito a continuare a cercare".Di lettere e bigliettini come questi la casa di Danila è piena.Ce n'è uno verdolino, scritto con la penna blu.Porta la firma di Francesca Mambro,il 2 aprile 1992."Gentile,signora,anch'io la ricordo anche se non conosco il suo volto e spero di trovarla meglio dell'ultima cartolina che ho ricevuto.Lo so,meglio non significa proprio nulla anche se poi continuiamo tenacemente a cercare significati e risposte.Per me non è un periodo facile,dovrò tornare a Bologna per un nuovo processo.Ma come lei pensa che la giustizia non esiste anche se non vogliamo arrenderci a questa amara evidenza".Ne arriva un'altra.E' una lettera che la Mambro scrive a Danila preoccupata per la sua salute."Come sta?Ho saputo che non se la passa bene,ha il diabete.Si curi,si riposi.La abbraccio.Io sono triste.

Sa,non c'entro niente con la strage di Bologna,assolutamente nulla.Sono costretta a subire un processo per cose che non abbiamo fatto.Anche Giusva la saluta.A presto".Danila Tinelli e Francesca Mambro si scrivono tre o quattro volte negli utlimi anni.

Intorno i cani continuano ad abbaiare,sono piccoli,non fanno niente.Squilla il campanello della porta di casa.Prima entra il marito,poi Bruno il suo unico figlio ."Fausto lo teneva a bada per ore e ore,gli voleva un gran bene"-dice Danila."Ha vissuto un'infanzia terribile,è cresciuto come un bambino già adulto.Pensa che quando era piccolo disegnava sempre lo stesso soggetto:persone dietro alle sbarre,un morto a terra e le pistole."Me ne vado che è già scuro.Danila,sulla porta,mi offre una bottiglia di vino bianco."E' del Sud,è buono,bevilo con chi vuoi,con chi ti appartiene".La porta si chiude.Mi scende una lacrima.Penso alla vita che è costretta a fare.Come quella delle famiglie delle vittime del terrorismo.Lo Stato le avrà protette economicamente?Qualcuno si sarà occupato di loro,dei loro problemi?Ognuno è rimasto solo con sé stesso,senza risposte.Per tutta la vita si sono aggrappati a quel sottile filo di speranza che è la giustizia,un processo,un atto di un Tribunale.Come quel foglio che porta la firma del giudice istruttore Guido Salvini.Danila ha bisogno di quel pezzo di carta,le potrebbe cambiare la vita."Con riferimento alla nota indicata,si comunica che il procedimento penale n.271/80 F,concernente l'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio"Iannucci avvenuto a Milano il 18.3.1978 è tuttora in fase di istruzione formale presso questa sezione.Sulla base delle indagini esperite,il duplice omicidio deve ritenersi caratterizzato da una matrice eversiva.Infatti il delitto fu rivendicato da un volantino a firma "Esercito nazionale rivoluzionario-Brigata Combattente Franco Anselmi(l'Anselmi era un esponente del gruppo Nar di Roma,ucciso durante una rapina di autofinanziamento) e numerosi pentiti già aderenti a gruppi di estrema destra hanno indicato nell'ambiente romano dei Nar il contesto in cui fu preparato l'attentato.Il modus operandi degli sparatori(esecuzione a sangue freddo delle due vittime mentre esse si trovavano nei pressi di un centro sociale di sinistra,giovane età degli sparatori,abbigliamento,utilizzo di un sacchetto di plastica per raccogliere i bossoli e non consentire una perizia comparativa con altri episodi analoghi) riporta inequivocabilmente ad una matrice eversiva di destra.Attualmente,tre esponenti romani dell'area dei Nar sono indiziati e il provvedimento conclusivo dell'istruttoria sarà depositato nel corso del prossimo autunno".Danila mi ha messo in tasca una lettera che le ha scritto un'amica di Fausto,Antonella.Dona un momento di vita e ricordo incontaminato."Cara Danila,si avvicina il 18 marzo e quest'anno ho deciso di scriverti invece che telefonarti.Gli anni passano e questa data si fa sempre più pesante:non c'è ancora stata una risposta,un perchè.Vedi,ho fatto in tempo a diventare grande,a diventare mamma;ho già qualche capello bianco e certo non ho più lo slancio dei 20 anni e in tutti questi anni ho portato nel cuore Fausto e questa maledetta data,senza trovare giustizia e senza rassegnazione ma con una disperazione sottile,profonda,lacerante.Così posso capire te,il tuo dolore e ti ammiro per la tua forza.Andrò là in via Mancinelli anche quest'anno a portare un fiore,un pensiero,una lacrima.Non mancherò mai a questo incontro anche se nessuno ci dirà mai perchè.Cosa dici,si può sperare nella soluzione di questo caso?Vorrei tanto.Ricordati Danila:Fausto è sempre nel mio cuore e questo me lo fa sentire più vicino.Ho imparato a volerti bene,ti penso spesso,sei molto di più che un'amica,Ti abbraccio forte,forte con tutto l'affetto. Antonella,marzo 94".Di lettere come queste la casa di Danila è piena.Nonostante l’archiviazione.

2 commenti:

cewitail ha detto...

My cousin recommended this blog and she was totally right keep up the fantastic work!

clomid

O.P. ha detto...

Your cousin rock, mate!!!

And stay tuned for a new B.S. Season!!!

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